Fino al 9 maggio 2026 gli spazi di Galleria Continua al St. Regis di Roma ospitano Il cielo dentro, personale di Giovanni Ozzola. È la mostra più recente di un programma che va avanti dal 2020, quando la galleria fondata a San Gimignano da Mario Cristiani, Lorenzo Fiaschi e Maurizio Rigillo ha scelto uno degli hotel più storici della capitale come sede romana. Una scelta che dice molto su come Galleria Continua concepisce il proprio lavoro e su dove oggi si gioca l’incontro tra arte e collezionismo.

Giovanni Ozzola e la soglia
Giovanni Ozzola è un artista toscano, classe 1982, con una carriera costruita sulla tensione tra spazio fisico e spazio percettivo. Le sue opere, fotografie, installazioni, sculture, non descrivono luoghi: li attivano, per usare le sue parole. Luce, orizzonte, paesaggio sono i materiali ricorrenti di una ricerca che nel tempo ha toccato Shanghai, L’Avana, Città del Capo, il Foro Romano, la Fondation Louis Vuitton a Parigi. In Italia è stato presente alla Quadriennale di Roma nel 2025. Il cielo dentro porta a Roma tre nuclei di lavoro.
Il primo è Bunkers: una serie fotografica sviluppata dal 2006 su strutture militari abbandonate, semidiroccate, sparse lungo le coste europee. È un lavoro che si potrebbe definire di archeologia bellica: Ozzola non censisce, non classifica, non restituisce storia militare. Si avvicina a questi luoghi per accumulo e sedimentazione, riconoscendoli come immagini che continuano ad affiorare. La funzione originaria, difesa, isolamento, guerra, è già dissolta. Quello che resta sono cicatrici e stratificazioni: segni di chi questi spazi li ha abitati, attraversati, segnati.
Non li fotografa come ruderi né come documento storico, li usa come dispositivi ottici: le feritoie diventano occhi, l’interno opaco entra in tensione con l’orizzonte luminoso oltre la parete. Su questo Ozzola racconta: «Mi interessa l’azione dell’individuo, del singolo, questo istinto di lasciare il proprio segno, il proprio passaggio. Questa necessità di dire: io sono passato di qui. Uno dopo l’altro, tante esperienze, tante persone registrano su questa parete una sorta di mappa di un tempo e di un luogo.» Il bunker, nella sua lettura, è simultaneamente un interno da cui fuggire e uno spazio che protegge, una contraddizione che non si risolve, ma genera forma.

L’infinito come condizione interiore
Il secondo elemento della mostra è Un cielo stellato, ripreso da un’installazione realizzata per il Palazzo Esposizioni Roma: un dispositivo che apre lo spazio verso un ignoto condiviso, dove la materia delle pareti e quella delle stelle appartengono, dice Ozzola, alla stessa sostanza. Il terzo è Appunti senza parole, una piccola scultura composta di prove di stampa e frammenti visivi accumulati nel tempo, rilegati a mano fino a diventare presenza tridimensionale — corpo, peso, volume.
Il titolo della mostra condensa il nucleo concettuale dell’intero progetto. Lo spiega Ozzola stesso, alla presentazione: «Siamo una sorta di superficie sensibile compressa tra due orizzonti: ciò che è fuori di noi e ciò che viviamo dentro. Abbiamo due ignoti da mappare, cercare di capirsi, cercare di indagarsi, cercare di porsi dei problemi e avere un punto di vista sul mondo.» L’infinito non come lontananza, dunque, ma come condizione interiore, come spazio che si espande nel punto in cui il limite si trasforma in soglia. È una mostra che dialoga con il St. Regis: l’hotel è esso stesso uno spazio liminale, né casa né museo, né pubblico né privato.

Da San Gimignano al mondo: trent’anni di scelte controcorrente
Per capire perché la Galleria Continua si trovi al St. Regis bisogna partire da dove tutto è cominciato: un ex cinema teatro di San Gimignano, era il 1990. Non Milano, non Roma, non Londra, un borgo medievale della Toscana, circondato da torri e vigne, lontano da qualsiasi centro del mercato dell’arte internazionale. Cristiani, Fiaschi e Rigillo si conoscevano da adolescenti, erano, come si raccontano nelle interviste, “persone normali”. Quello che avevano era un’idea: che l’arte contemporanea potesse attecchire fuori dai circuiti consueti, e che il dialogo tra un’opera e il suo contesto fosse più interessante quando quel contesto aveva una storia densa, difficile da ignorare. Il nome, Continua, non era decorativo: significava dare continuità ai luoghi attraverso l’arte, lasciare che la memoria di uno spazio parlasse invece di essere cancellata. Da quel principio deriva ogni scelta successiva.
Nel 2004 aprono a Pechino, nel distretto 798, quando la Cina era ancora territorio inesplorato per le gallerie occidentali. Nel 2007 trasformano due mulini nella campagna parigina in uno spazio espositivo su larga scala, Les Moulins, pensato per opere impossibili da realizzare altrove. Nel 2015 sono i primi a stabilire una presenza permanente dell’arte contemporanea internazionale a L’Avana, occupando un ex cinema degli anni Quaranta nella Chinatown della città. Poi San Paolo nel complesso sportivo del Pacaembu, quindi Parigi Marais e Dubai al Burj Al Arab. Infine Roma. Oggi le sedi sono sette, su quattro continenti, e nessuna assomiglia all’altra.
La logica è sempre la stessa: non si va dove il mercato è già consolidato, si va dove c’è qualcosa da costruire. E si sceglie il luogo non come contenitore, ma come interlocutore, lasciando che sia l’architettura a suggerire, invece di imporle un’estetica predefinita. I mulini francesi recuperati rispettandone le stratificazioni storiche, il cinema dell’Avana restituito alla vita senza cancellarne l’identità, il cinema-teatro di San Gimignano con la sua memoria ancora leggibile nelle pareti. La stessa attenzione, applicata ogni volta a un contesto radicalmente diverso.

Il St. Regis: intercettare il collezionista nel suo habitat
Quando nel 2020 si tratta di scegliere una sede in cui aprire a Roma, la logica porta dritti al St. Regis. Non un white cube, non uno spazio neutro, ma un palazzo con una storia precisa: fu César Ritz a immaginarlo, e ospitò la prima sala da ballo pubblica della città. Riaperto nel 2018 dopo un lungo restauro, è tra i luoghi più connotati della capitale.
A fare da interlocutore è stato Giuseppe De Martino, General Manager dell’hotel, capace di intuire nell’incontro con Galleria Continua qualcosa di più di un’operazione di prestigio. Il primo progetto risale al 2018, una mostra di Loris Cecchini negli spazi dell’hotel, e da lì la collaborazione si è strutturata fino a diventare, nel 2020, una sede permanente con vista su Piazza della Repubblica.
La scelta di un hotel di lusso risponde a una logica che va oltre il posizionamento: chi soggiorna al St. Regis ha già una relazione con la qualità e magari una passione il Bello: potrebbe frequentare fiere, acquistare arte, considerarla con occhio allenato. Ma incontrarlo qui, lontano dall’adrenalina delle aste, in un momento di sospensione dal lavoro, significa incontrarlo in una condizione diversa, più aperta. È precisamente in quello spazio che l’arte può fare qualcosa che in una fiera non riesce: costruire un rapporto lento, personale, meno mediato dal mercato.

Un’amicizia Continua: il programma 2026
La sede romana non è una galleria che si trova dentro un hotel, è una galleria che ha scelto un hotel come proprio ecosistema. Il programma che ne deriva nel 2026 si sviluppa attraverso un calendario che include talk con artisti e curatori, laboratori didattici per le scuole, cene in galleria e l’iniziativa Suite Portrait, che ripensa le suite come spazi di racconto e sperimentazione.
Dal 2022 la galleria è anche parte integrante di Arte di Vivere, il festival dedicato ad arte, musica e cucina organizzato dal St. Regis per la città di Roma. È prevista inoltre una residenza d’artisti.

L’hotel come istituzione culturale
Il modello che emerge non è replicabile perché dipende da una convergenza rara: una galleria con una visione consolidata, un hotel disposto a trattare l’arte come esperienza e non come arredo, uno spazio fisico con storia sufficiente da reggere il confronto con le opere. Quando questi tre elementi coincidono, quello che si ottiene è molto di più che una galleria dentro un hotel.
C’è una parola che ricorre nel lavoro di Giovanni Ozzola, soglia, che descrive altrettanto bene questa sede. Un luogo che non è né dentro né fuori, né museo né mercato. Un luogo in cui qualcosa può accadere proprio perché le categorie abituali non reggono.
In trent’anni, Galleria Continua ha imparato a costruire esattamente questo tipo di incontro, scegliendo ogni volta il posto meno ovvio, perché è lì che l’arte trova interlocutori veri.