In corpo presente: l’atto collettivo di IED Firenze come resistenza alla smaterializzazione

Cinquanta studenti, tre artisti, un abito che non appartiene a nessuno e viaggia da un corpo all'altro, senza sosta. Non aspettarti una performance come le altre

C’è qualcosa di profondamente destabilizzante nel vedere cinquanta corpi muoversi all’unisono senza mai essere perfettamente allineati. Ed è proprio in quella disarmonia, in quella tensione tra il gesto individuale e il respiro collettivo, che prende forma il senso più autentico di In corpo presente. Non una disarmonia caotica, ma una tensione feconda in cui ogni corpo mantiene la propria voce senza rinunciare al respiro collettivo.

La performance che ha chiuso il progetto di ricerca di IED Firenze non è stata uno spettacolo. Chi è entrato all’ex Teatro dell’Oriuolo aspettandosi una coreografia patinata o una messa in scena convenzionale ha dovuto rapidamente rivedere i propri parametri interpretativi. Quel che si è manifestato era piuttosto un organismo in divenire: instabile, fragile, a tratti persino goffo nella sua ricerca di sincronia. E forse è proprio questa l’operazione più radicale del progetto.

In corpo presente IED Firenze
IED Firenze, In corpo presente. Foto di Andolcetti studio casati

L’incompiutezza come cifra politica

A guidare il lavoro, dallo scorso dicembre, tre figure che difficilmente si sarebbero immaginate sullo stesso palco: Jacopo Benassi, artista e fotografo dal linguaggio crudo e istintivo, cresciuto negli ambienti dell’underground; Sabato De Sarno, ex direttore creativo di Gucci, ora impegnato in una riflessione più ampia sul processo e sul tempo; Sissi, artista che intreccia scienza, ancestralità e corpo femminile.

Tre universi che avrebbero potuto cozzare l’uno contro l’altro. Invece, l’attrito è stato generativo.

Cinquanta studenti non sono stati chiamati a eseguire, ma a cercare. A mettersi in ascolto. A negoziare continuamente la propria presenza individuale con quella degli altri. L‘abito modulare bianco di De Sarno – bottoni, zip, lacci, pannelli che si attaccano e si staccano – non resta addosso a nessuno per molto. Passa di mano in mano, si smonta, si cede, si ricostruisce diverso da come era prima.

In corpo presente IED Firenze
IED Firenze, In corpo presente. Foto di Andolcetti studio casati

Quando il corpo resiste al digitale

C’è una frase della direttrice Benedetta Lenzi che risuona come un manifesto: “un presente in cui l’esperienza tende invece a smaterializzarsi”Parole che fotografano una condizione epocale. Viviamo nella promessa perenne dell’accesso senza il corpo, della connessione senza la presenza, della relazione senza la fragilità del contatto.

In corpo presente rovescia questa narrazione. Non celebra il corpo idealizzato dei social media o la performance atletica del fitness. Mostra invece il corpo che dubita, che esita, che si scontra con l’altro, che cade e si rialza. Il corpo che non è mai completamente padrone di sé perché è sempre, inevitabilmente, esposto allo sguardo e all’azione altrui.

È una fragilità politica, quella messa in scena. Perché dichiarare la propria appartenenza al corpo, oggi, significa resistere alla promessa di immortalità digitale. Significa accettare la vulnerabilità come cifra dell’umano.

IED Firenze, In corpo presente. Foto di Andolcetti studio casati

Il suono, la materia, il silenzio

Jacopo Benassi ha portato la sua estetica del flash, dell’urgenza, della registrazione cruda. Non una colonna sonora che si fa sfondo, ma un ambiente sonoro che avvolge, pressa, a volte respinge. La sua è un’azione politica che non ha bisogno di slogan. Non predicazione, non performance fine a sé stessa, ma qualcosa che colpisce direttamente i corpi degli spettatori. I quali, va detto, non sono mai stati semplici osservatori.

La performance non aveva una quarta parete. Lo spazio dell’ex teatro è stato attraversato, i confini tra chi agiva e chi assisteva si sono fatti porosi.

Il tableau vivant e la fine della rappresentazione

Sissi parla di una profonda risonanza con la materia. E in effetti, osservando i corpi avvolti nei tessuti bianchi – sporcati, ricuciti, lacerati, ricomposti – si aveva la sensazione di assistere a qualcosa che precede la rappresentazione. Non una narrazione lineare, non un messaggio univoco. Piuttosto, un campo di forze in cui ogni spettatore poteva tracciare il proprio percorso.

La definizione di “tableau vivant in continuo divenire” rischia di essere fraintesa. Non si trattava di un quadro che prende vita, ma di qualcosa di più vicino a un organismo che cerca una forma senza mai trovarla definitivamente. E forse è proprio questo il punto: la ricerca è più importante dell’esito.

IED Firenze, In corpo presente. Foto di Andolcetti studio casati

Quel che resta

Tre definizioni che convergono in un’idea: siamo quello che condividiamo, non quello che possediamo singolarmente. In un’epoca ossessionata dall’unicità, dal personal branding, dall’affermazione individuale, In corpo presente ha provato a dire qualcosa di diverso. Ha provato a immaginare una bellezza che non sta nella perfezione del gesto singolo, ma nella tensione collettiva verso una forma che non arriva mai.

Alla fine, quando i corpi si sono fermati e i tessuti bianchi sono rimasti a terra come impronte, quel che restava era un vuoto carico. IED Firenze, con questa operazione, ha scelto una direzione precisa: investire sul processo, sul tempo lungo, sulla possibilità che l’educazione artistica non sia (solo) trasmissione di competenze ma costruzione di una sensibilità condivisa

E forse, proprio per questo, è stata una delle operazioni più politiche viste negli ultimi anni. Non perché avesse un messaggio esplicito. Ma perché ha mostrato – concretamente, fisicamente, fragilmente – che un’altra relazione è possibile.