C’è un album che, prima ancora di uscire ufficialmente, era già diventato un piccolo culto. Si chiama Se va male, balliamo, ed è il nuovo lavoro di INCUBO, nome d’arte del cantautore toscano Cristiano Tatti. Nessun singolo di lancio, nessuna strategia da manuale: solo un link condiviso di persona in persona, accompagnato da uno slogan disarmante nella sua semplicità, “Se vuoi l’album, basta chiedere”. Da lì, in due anni, quel disco è diventato una leggenda scritta prima ancora di essere stampata, capace di portare INCUBO ad aprire il concerto di Fulminacci al Mandela Forum senza che il disco fosse ancora ufficialmente uscito.
Prodotto insieme ad Hara, amico prima ancora che produttore e arrangiatore, l’album unisce la sensibilità del cantautorato contemporaneo a un’energia pop-rock immediata, alternando momenti di fragilità intima a vere e proprie esplosioni collettive. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la genesi di questo disco fuori dagli schemi, accompagnato dalla focus track Amore/Hardcore.

«Ancora oggi, ai concerti, le persone mi raccontano di essersi conosciute proprio perché si scambiavano l’album tra loro»
Con Hara descrivi un’intesa rara, amico prima ancora che produttore: come lavorate insieme in studio?
Mi affido moltissimo a lui. È uno strumentista, ha lavorato nella musica elettronica e suona veramente tutti gli strumenti: è una persona molto capace in quello che fa, con un suo modo di produrre che mi piace tantissimo. Insieme abbiamo creato un piccolo mondo nostro. A noi piacciono molto gli strumenti veri, ci piace inserire i fiati, quindi trombe e tromboni vengono spesso in studio: stiamo tutti insieme, ci mangiamo una pizza e poi andiamo a suonare.
Come descriveresti l’evoluzione del tuo sound da Testa e cuore a Se va male, balliamo?
All’inizio è stato strano, sicuramente. Testa e cuore era un album molto più rock, il secondo aveva come elemento principale il pianoforte, mentre in questo c’è tutto unito, c’è tutto quello che sono dentro, secondo me. L’ho vissuta in modo strano all’inizio, perché è sempre strano cambiare: quando cominci a farlo ti senti un po’ così. Poi però ci sono entrato dentro ed è stato tutto uno scoprire cose nuove, che alla fine è sempre bello.
L’album è nato senza singoli né strategie tradizionali, con un semplice “se vuoi l’album, basta chiedere”: da dove è arrivata questa idea e cosa ti ha convinto a fidarti del passaparola?
Eravamo in un ristorante che si chiama, tra l’altro, La Fortuna. C’eravamo io, Hara e un altro ragazzo, Matteo Miranda. Parlavamo a tavola e lui mi fa: «Ma perché non fate uscire l’album due volte?» Io non capivo cosa intendesse, e lui: «Dai, provate a farlo girare così, per passaparola.» Io non ci avrei mai pensato, non sapevo nemmeno cosa fosse un self-titled distribuito così. Poi, ragionandoci, abbiamo detto: proviamoci, vediamo cosa succede, magari alle persone piace. Ci piaceva l’idea di avere qualcosa che era ancora in lavorazione, perché nel frattempo continuavamo ad aggiungere canzoni. E alla fine ha funzionato: ancora oggi, ai concerti, le persone mi raccontano di essersi conosciute proprio perché si scambiavano l’album tra loro. È stato bello anche per questo, perché ha creato unione tra le persone.
Definisci l’album “una leggenda scritta, un mantra”: cosa significa per te che migliaia di persone lo abbiano reso tale prima ancora dell’uscita ufficiale?
È stato bellissimo, perché per noi era un fatto delle persone: potevano lasciare dei commenti sotto le canzoni, scrivere quello che volevano. Ci sono ancora oggi canzoni che erano nel link originale e che poi non sono finite nell’album ufficiale, e c’è gente che ancora mi scrive chiedendomi dove sono finite. È bello quello che si è creato tra le persone, e tra noi e le persone.
Preghiera/1 apre il disco ed è il brano che ha innescato tutto: cosa ricordi del momento in cui l’hai scritto?
In realtà è stata una delle ultime a essere scritta. Ero uscito dal lavoro stanchissimo, ricordo bene questa cosa. Arrivai in studio e scrissi quelle quattro frasi, e per me la canzone era già finita lì. Chiara, infatti, mi guardava e diceva: «Ma come hai fatto, con quattro frasi mi fai una canzone?» È stato più che altro uno sfogo. E forse è anche per questo che le persone che poi vennero a registrare il coro in studio, molte delle quali non conoscevo, hanno creato un legame tra loro: durante la registrazione qualcuno ha pianto. È stato un momento bello e particolare, che tengo stretto come ricordo.

«Non c’è mai un vestito già stabilito in partenza, magari una canzone funziona in un modo, poi la riascoltiamo e cambia qualcosa, e le mettiamo un vestito diverso»
Nell’album alterni momenti intimi a esplosioni di energia collettiva: come decidi quando un pezzo deve restare fragile e quando deve esplodere?
Ci tengo tantissimo ai brani che porto avanti. Sono una persona che, se un pezzo non mi piace, lo sente quasi subito: faccio tanti ascolti e mi accorgo presto se qualcosa non funziona. Prima di tutto, un brano deve piacere a me. Ci tengo molto anche all’interpretazione: le voci le rifaccio anche mille volte. Non c’è mai un vestito già stabilito in partenza, magari una canzone funziona in un modo, poi la riascoltiamo e cambia qualcosa, e le mettiamo un vestito diverso. Cambia sempre tutto in base a quello che sentiamo.
La Bella Vita nasce come critica ironica all’ostentazione e alle finzioni: cosa ti ha spinto a raccontare quel tema proprio ora?
La mia paura, soprattutto con questo brano, è sempre stata legata ai social: ho sempre temuto che potesse infastidire, perché se prendi il ritornello da solo ha quasi un altro significato, e se non ascolti il resto rischi di perderti qualcosa. Quella canzone ha bisogno di un ascolto diverso, perché ironizza, è quasi una critica su temi molto attuali. Il testo è nato in studio, in un momento in cui c’erano delle situazioni che non ci piacevano, e abbiamo scritto di getto quello che poi è diventato La bella vita.
Che rapporto hai con i social?
È un rapporto legato molto a questo tema di forma e contenuto: i social sono spesso una vetrina dove non sempre quello che appare corrisponde davvero a quello che c’è dietro, ed è proprio da questa poca corrispondenza che nasce La bella vita.
Nel disco torna spesso il tema dell’amore, da Lana Del Rey a Inguaribile romantico: cosa significa per te innamorarsi “sempre nel momento sbagliato”?
L’ho sempre vissuto in modo strano. Adesso sono innamorato, ma ho passato momenti in cui l’amore quasi mi portava fuori strada, perché ho una passione fortissima per la musica ed è difficile stare con una persona quando metti la passione avanti a tante altre cose. Penso che l’amore sia bello se riesci a viverlo come un’aggiunta a quello che sei e a quello che riesci a fare. Quando invece diventa qualcosa che ti porta fuori strada, non so più quanto senso abbia. Per me resta comunque una cosa importante nella vita, ma non è la cosa più importante.
Il titolo dell’album suggerisce che si può continuare a ballare anche quando tutto crolla: è un messaggio che ti sei dato prima a te stesso o pensando già al pubblico?
Eravamo sul letto in studio, nella cameretta di Ale, proprio all’inizio, e scrivevamo su un foglio i vari nomi possibili per l’album. Doveva essere qualcosa che ci rappresentasse davvero: anche se magari una cosa non avesse funzionato, doveva comunque piacere a noi. Era un po’ un incitare noi stessi, ed è proprio quel tipo di messaggio che poi può arrivare davvero alle persone. Del “se va male, balliamo” ci piaceva l’idea del ballare, rappresentava il fatto che muoversi ha sempre qualcosa di bello, nonostante tutto.
«Tra 10 anni spero di continuare a fare musica, spero di poter continuare a fare solo questo»
Sei arrivato ad aprire il concerto di Fulminacci al Mandela Forum prima ancora dell’uscita ufficiale del disco: che effetto fa vedere un movimento nato dal basso portarti su quel palco?
Filippo per me è un grandissimo artista e una grandissima persona. Ci siamo incontrati per caso: eravamo a Roma per un nostro concerto e lui venne per caso ad ascoltarci, non so nemmeno lui perché fosse lì, stava facendo le prove per i palazzetti. Dopo il concerto mi disse che non gli tornava il fatto che le persone cantassero le mie canzoni senza che fosse ancora uscito niente ufficialmente. Il giorno dopo lo ringraziai per le sue parole, e lui mi chiese se mi andasse di aprirgli il concerto al palazzetto di Firenze. Ero al lavoro quando mi scrisse, mi sono fermato un attimo e ho lasciato tutto. Poi l’abbiamo fatto: ero stracontento, lo ringrazierò per sempre, perché è un’occasione che non capita tutti i giorni.
Come vedi la scena cantautorale italiana in questo momento?
Sanremo è una cosa a cui penso e a cui penserò se sarà il caso, se avremo la canzone giusta. Ci sono cresciuto guardandolo fin da piccolo, quindi dire che non lo farò mai sarebbe uno sbaglio: provare non è mai male. A livello di collaborazioni, ho dei sogni grandissimi: sogno Grignani, sono sempre stato suo fan fin da piccolo, ho un legame forte con lui, non so nemmeno spiegarmi il perché. Tra i più giovani, mi piace molto Angelina Mango: mi piace tantissimo come scrive, il suo mood, sia in studio che dal vivo.
Cosa ti aspetta dopo questo tour, tra i tanti festival in programma?
Stiamo girando per l’estivo, abbiamo altre date e poi altre due a settembre, e vedremo cosa fare per l’invernale. Il concerto è diventato uno spettacolo sempre più ampio: sono sempre stato fan dei live dove non si deve solo cantare, ma si deve dare spettacolo, e per me è importante che le persone, quando tornano a casa, siano felici di esserci state. Il 6 settembre lo faremo finalmente in full band: andare in giro in due è più semplice a livello logistico, ma riuscire a portare sul palco otto persone mi rende felice, sarà uno spettacolo diverso, più grande.
Dove ti vedi tra 10 anni?
Non lo so. Spero di continuare a fare musica, spero di poter continuare a fare solo questo.
Se dovessi dare un consiglio a chi sta iniziando ora, cosa diresti?
Di non fermarsi mai. Penso che l’ossessione batta il talento.
INCUBO in tre parole.
Cortocircuito. Speranza. Normalità.
Cortocircuito, perché secondo me il mio nome oggi crea un bel cortocircuito con quello che scrivo. Speranza, perché quello che lascio è sempre un messaggio abbastanza positivo: non dirò mai “fermati”, anche in Se va male, balliamo c’è qualcosa di speranzoso. Normalità, perché alla fine sono un ragazzo normale, mi sento un ragazzo normale.