Il profumo dei fiori di Sakura, la brezza che soffia tra le rovine di Machu Pichu e il sole cocente delle spiagge di Rio de Janeiro si fondono all’ombra della Torre Velasca. Tutto questo grazie all’apertura della nuova sede di Milano di SUSHISAMBA, il ristorante/cocktail bar che ibrida e celebra le culture culinarie di Giappone, Perù e Brasile. Dopo aver aperto in altre importanti location in Europa, Stati Uniti, Medio Oriente e Asia, SUSHISAMBA sbarca in Italia, in una città come Milano, che da sempre accoglie trend e vibes internazionali.
La sede è scelta: Torre Velasca, simbolo di una Milano che guardando al suo glorioso passato di capitale della movida raffinata italiana, ma allo stesso tempo portatrice di istanze di futuro, grazie all’importante progetto di rigenerazione sviluppato da Hines. SUSHISAMBA non è solo cibo e drink, ma vera e propria experience di un modo nuovo di vivere la notte cittadina. Ad animare il bancone del bar Valerio Sordi, giovane bartender pronto a portare la sua energia valore aggiunto, ma anche la sua esperienza al servizio di questo grande player internazionale del food&beverage. In lui cultura pop e tradizione trovano la loro perfetta sintesi, valorizzando le sue già notevoli capacità, come dimostrato in precedenza in altre esperienze di prestigio come Ronin, anch’esso locale che porta la tradizione millenaria giapponese nella movida meneghina. Sordi, come tutto lo staff del SUSHISAMBA, è pronto a portare nel nostro Paese un nuovo concept lifestyle.

«Cercavo un locale dove la mia forte passione per il Giappone potesse essere sfruttata, usufruendo anche di altre contaminazioni»
Hai lavorato fondamentalmente nei migliori locali di Milano, come approdi al nuovo e internazionale SUSHISAMBA di Milano?
Il mio è stato un percorso molto variegato nel mondo bar. Ho cominciato come molti altri da giovanissimo
dividendomi tra pub, lounge bar e discoteche, finché non ho deciso di concentrarmi nel mondo della
“mixology”. Sono passato in bar d’albergo, speakeasy, ristoranti e cocktail bar, scoprendo in ogni
dimensione dettagli differenti di questo fantastico lavoro.
SUSHISAMBA è un locale che ho tenuto d’occhio da lontano fin da quando si è cominciato a vociferarne,
dopo Ronin cercavo un locale dove la mia forte passione per il Giappone potesse essere sfruttata,
usufruendo anche di altre contaminazioni. Quando poi ho scoperto che non sarebbe stato solo un
ristorante, ma che avrebbe avuto due banconi, con due concept differenti, e che non sarebbe stata l’ultima
venue da aprire all’interno di Torre Velasca, uno dei simboli del mito della Milano da bere con cui cresce
ogni barman milanese, ho capito che era amore.
Ci vuoi associare anche qualche piatto ai vari drink?
Diciamo che tutto il menù è pensato per pasteggiare e ricalcare, con gli ingredienti utilizzati, le note dei nostri
piatti, ma se dovessi scegliere un paio di perfect match direi Seabass Seviche con leche de tigre, mais, cipolla
rossa e patata dolce assieme alla nostra Caipinkinha – a base di Cachaça Yaguara infusa con Hibiscus,
clarified lime e Shochu all’Umeboshi (la prugna sotto sale giapponese). Oppure anche i Taquitos di astice
con gel di yuzu, coriandolo ed avocado, abbinati al nostro Ryu’s Legend – a base di Grey Goose vodka,
passion fruit fresco, un cordial di pepe Sansho e Sake.
Hai qualche spirit preferito?
È una durissima lotta per me. Il primo amore non si scorda mai, giusto? Quindi direi Scotch Whisky, ho una bella collezione a casa e sono stato già due volte in Scozia. Non posso non menzionare il Mezcal, ho anche un’agave tatuata sul braccio, a simboleggiare il mio amore per questo distillato.

«Una passione, per riuscire veramente, deve diventare un’ossessione»
Quali sono tre cocktail originali e creativi in cui sei particolarmente specializzato?
Ti direi i tre drink che mi piace di più fare: Old Fashioned, Dry Martini e Daiquiri.
Quali passioni, ambizioni e capacità ci devono essere invece per trasformare ogni cocktail in una
piccola opera d’arte?
Sfrutto una frase di Oscar Quagliarini: “una passione, per riuscire veramente, deve diventare un’ossessione“. È
così che ci si ritrova alle 4 del mattino a leggere un ricettario del 1895 per capire come mai oggi facciamo il
Manhattan così, mentre un secolo e mezzo fa veniva fatto al contrario, oppure si arriva al locale 3 ore prima e
si va a casa 2 ore dopo per tagliare un pezzo di ghiaccio a mano o per fare una semplice orzata cento volte più
buona di quella che troviamo al supermercato. O ancora, si studiano 500 pagine di manuale del Noma di
Copenhagen per fare fermentati al bar e farci magari la nostra Ginger Beer, che sarà sicuramente più buona
di tutte quelle che avremmo potuto comprare dal fornitore. Il senso dobbiamo trovarcelo noi in questo
sacrificio, altrimenti non lo faremo mai.

Quali altre passioni invece ha un bartender come te?
Il bar è stato il mio piano B, quello A in teoria era la musica – suonavo basso elettrico e contrabbasso –
finchè non ho capito che in realtà era quello il piano B. La passione è rimasta, per tutta la black music dal
soul, al jazz all’hip hop. Amo moltissimo viaggiare, non ho mai abbastanza soldi né tempo per viaggiare
quanto vorrei. Ultimamente leggo molta narrativa, sto cercando di colmare il buco culturale lasciato da 10
anni di libri di bar riempiendolo con tutto quello che avrei voluto leggere in questi anni, vediamo quanto ci
metterò.
Quale è stato l’ultimo libro che hai letto? Cosa ti ha lasciato?
Il Sentiero dei Nidi di Ragno di Italo Calvino, ultimamente mi ci sto chiudendo molto con lui. Diciamo che
in questo periodo storico/politico è il libro che tutti dovrebbero leggere, racconta la resistenza partigiana
dagli occhi di un ragazzino orfano e con sorella prostituta che vive nelle osterie, dando tutt’altra dimensione
cruda alla guerra ed ai valori della vita e del coraggio. Dovremmo essere tutti un po’ più come lui.
Visto anche il tuo amore per la black music, il soul, il jazz e l’hip hop hai per caso “scoperto”
qualche nuovo artista internazionale che ti piace e che vuoi condividere con noi…
…Ti direi Freddi Gibbs, ascoltando l’ultimo disco in due giorni sono andato indietro di quasi 20 anni. A
livello di album 2025 sicuramente il ritorno del Wu-Tang Clan con Black Samson, a livello di soul arrivando
dal contrabbasso sono innamorato di Esperanza Spalding. L’ho anche sentita al Blue Note qualche anno fa,
era il tour Songwright Apothecary Lab.

Un cocktail che vorresti consigliare e preparare davanti ad un artista tuo preferito?
Ho avuto la fortuna di servire già un po’ di artisti che amo: Kahleo, Snoop Dogg, Marracash, Club Dogo,
Noyz Narcos… Così di getto servirei un Old Fashioned a Eminem, ammesso che gli piaccia il Whiskey.
Beh, viene ovvia la domanda: quale drink ha chiesto Snoop Dogg e cosa amano bere Marracash e i
Club Dogo?
Snoop Dogg aveva bevuto Champagne tutta la sera, Marracash beveva Tommy’s Margarita in quel periodo,
mentre per quanto riguarda Guè dei Club Dogo ha apprezzato molto la versione del Bloody Mary che
avevamo in carta con Sesamo e Yuzu.
Quale consiglio darebbe oggi Valerio Sordi a chi vuole diventare un bravo bartender?
Nonostante la velocità e la disponibilità di mezzi ed info che si hanno oggi, gli consiglierei di partire sempre
dal basso, di non avere troppa fretta ed allo stesso tempo di farsi valere. Mi spiego: non sarei bravo ad
organizzare i bar e a fare openings se non fossi veloce a fare da bere e a preparare la linea. Quindi può essere
d’insegnamento partire dal basso, facendo il bar back, poi il bartender e poi chissà.
