«Dire che noi siamo jazzisti è come dire che i mental coach sono degli psicologi». Parola di Marco Castello, siracusano classe 1996, attualmente impegnato in un lungo tour estivo in tutta Italia con il suo Pezzi della Sera (tra le altre date, il 12 giugno a Ferrara Sotto Le Stelle e l’11 settembre a Ostia Antica Festival) e da diversi anni al centro del cantautorato indipendente italiano.
Castello si è trovato a far parte di una serie di progetti coinvolti dal dibattito che negli ultimi anni ha cercato di formulare l’esistenza di una scena italiana le cui radici affonderebbero nel jazz. L’ispirazione a stretto giro arriva probabilmente dall’Inghilterra – più che dall’America -, in cui diversi progetti (per fare dei nomi: Oscar Jerome, Laura Misch, Ezra Collective, Emma Jean Thackray ecc) – sono stati identificati e accettati come esponenti di una sorta di nuova scena jazz oriented, a volte chiamata British new jazz, altre semplicemente Jazz UK (come su Spotify). Marco Castello, a sostegno di questa collocazione, avrebbe una formazione jazzistica accademica (si è laureato alla civica di Milano) e qualche scelta armonica in relazione (non monogama) con la tradizione jazz.
Sorte simile è toccata agli Studio Murena – freschi di pubblicazione del terzo album Notturno e impegnati in un tour europeo che proseguirà anche in autunno nei palazzetti – che, complici anche alcune scelte comunicative ai tempi degli esordi, quando non facevano mistero della loro genesi tra le aule di musica di insieme del Conservatorio di Milano e dell’inclusione nel progetto di una forte componente hip hop, si sono trovati tra i portatori dell’insegna del “Jazz Rap” in Italia, tendenza che in qualche modo dovrebbe fare le veci nazionali di un Kendrick Lamar.
Il Mago del Gelato, invece, è un progetto che affonda le radici in una tradizione che dal jazz attinge più che altro per quanto riguarda le manifestazioni più connesse con il funk e l’afrobeat, e che di pubblicazione in pubblicazione ha assunto connotati e sonorità sempre più personali, fino ad arrivare a Chi è Nicola Felpieri?, primo long playing pubblicato dopo una serie di singoli ed EP e dopo il successo del tour primaverile e in vista di quello estivo.
In ogni caso su tutti e tre i progetti – e su tanti altri oltre a loro – aleggiano le cosiddette stelle del jazz, ingombranti e non sempre ben accette. In un incontro a orari decisamente troppo mattutini per dei jazzisti (cosa che infatti non sono), alcuni membri di questi tre progetti hanno fatto il punto su questa nuova tendenza e sulla loro appartenenza.

« Per una parte di noi il jazz deriva da una passione, abbiamo sempre ascoltato questo genere di musica, e nel nostro progetto abbiamo assimilato alcune lezioni»
Ma quindi siete voi o non siete voi i new jazzisti italiani?
Alessandro – Il Mago Del Gelato: Non credo. Per me il jazz degli anni ’30 e ’40 aveva la stessa funzione che ha oggi la discoteca: era musica per socializzare, per divertirsi. Poi negli anni ’40 e ’50 è diventato altro, è nata una ricerca sulla forma, sull’armonia, con il bebop che estremizzava gli arrangiamenti della musica pop. Oggi, quando si parla di jazz, spesso si fa riferimento a entrambe queste anime – quella dell’intrattenimento e quella della ricerca – ma in un contesto dove il significato originale si è perso o trasformato. Il bello del jazz, e anche dell’hip hop, è che prendi dal passato, lo riporti nel presente e lo proietti nel futuro.
Marco Castello: Non è che se ci sono dei riferimenti ad un genere allora siamo per forza classificabili dentro a quel genere. Cioè, se usiamo le settime allora siamo jazzisti? Non credo proprio. Mi piace riprendere l’aspetto armonico del jazz, mischiato all’aspetto ritmico che a sua volta viene da tantissimi tipi di musica di origine africana, ma questo non fa di me né un jazzista né tantomeno un africano.
Alessandro – MDG: Esatto, non vorrei dire a priori che è sbagliato affermare in qualche modo che facciamo del jazz all’interno delle nostre composizioni, però non vorrei neanche che questo progetto venga categorizzato come prodotto di un determinato genere e basta. Al massimo si può fare un distinguo su un aspetto.
Ovvero?
Alessandro – MDG: Diciamo che si può distinguere tra l’insieme de Il Mago e il percorso individuale di ognuno di noi. Alcuni, non tutti, hanno sicuramente una formazione di tipo jazzistico e accademico, e quindi può essere che l’insieme ne risenta, ma non credo che si possa parlare in termini più impegnativi dell’influenza del jazz su quello che facciamo.
Carma – Studio Murena: Anche per noi è più o meno così. Raga, io non so niente di jazz… Gli altri miei compagni sì, ma è solo una delle tante cose che ci influenzano, forse per alcuni di loro è stato proprio il pretesto per conoscersi, ma secondo me finisce lì.
Guardando al presente dei vostri progetti, dove ritrovate l’approccio jazz?
Amedeo – SM: Per una parte di noi il jazz deriva da una passione, abbiamo sempre ascoltato questo genere di musica, e nel nostro progetto abbiamo assimilato alcune lezioni per quanto riguarda il modo di scrivere, perché molti nostri brani nascono, ad esempio, improvvisando e facendo jam session.
Alessandro – MG: Forse è più una componente delle fondamenta sulla quale noi abbiamo costruito il nostro progetto, al pari di altri generi come il funk o l’afrobeat, che tra l’altro a loro volta sono imparentati con il jazz. È tutta musica afrodiscendente, quindi alla fine arriva tutto da lì.

«Non capisco davvero perché sia necessario denominare qualsiasi cosa in qualche maniera, senza nemmeno avere chiarezza alla base di queste suddivisioni»
E allora secondo voi come ci siete finita in questa categoria?
Marco Castello: Perché non sanno di cosa parlano.
Matteo – SM: C’è una frase che dice che se non sai cos’è, allora è jazz.
Marco Castello: Ecco questo è proprio un esempio italiano. É una frase di Baricco in Novecento. Secoli di cultura presi e chittati nel cesso…
Carma – SM: Secondo me in tanti, anche perché vedono che nei nostri progetti si suonano gli strumenti.
Marco Castello: Sì, una volta mi hanno detto che faccio jazz perché nella mia band ci sono trombe e sax… Comunque la premessa è che a prescindere è sicuramente un atto ingenuo infilare qualcuno in categorie quando si tratta di musica. Non capisco davvero perché sia necessario denominare qualsiasi cosa in qualche maniera, senza nemmeno avere chiarezza alla base di queste suddivisioni. Probabilmente la nostra qualifica a jazzisti deriva dal fatto che la musica mainstream a cui siamo abituati è molto povera, e nel momento in cui ci si ritrova davanti a qualcuno che suona in modo più complesso, che performa con una varietà di strumenti diversi, nasce la necessità di differenziarlo dalla povertà del pop attuale. A questo punto usare il termine indie risulterebbe altrettanto impreciso, e quindi non appena si viene a sapere che qualcuno ha studiato jazz allora lo si definisce jazzista. Sai qual è il paradosso?
No, quale?
Marco Castello: Quello che faccio adesso è esattamente quello che ho deciso di fare non appena ho capito che il jazz non sarebbe stata la mia strada.
Matteo – SM: Per quanto riguarda noi, diciamo che ce lo siamo un po’ tirati addosso da soli: un po’ perché il progetto è nato al Conservatorio ed alcuni facevano il corso di jazz, e un po’ perché non possiamo negare di essere appassionati del genere, all’inizio ci è venuto spontaneo inserire il termine “jazz” nel racconto di noi stessi come band. Poi va bene, è comunque una direzione che ci portiamo dietro, anche se adesso ascoltandoci è difficile affermare con certezza che gli Studio Murena siano un gruppo jazz.

«Viviamo in un mondo pieno di linee di demarcazione. Preferirei che la musica fosse solo musica, ascoltata senza pregiudizi o etichette»
Nei vostri racconti emerge come il conservatorio o le accademie siano stati luoghi importanti per la vostra formazione, sia in senso di accettazione, sia in senso di rifiuto. Che rapporto avete con questo tipo di istituzione?
Giovanni – SM: Già dal nome “Conservatorio” si capisce qualcosa…
Marco Castello: È un luogo che tende a schematizzare anche l’avanguardia. Alla Civica ho vissuto esperienze bellissime, ma mi sentivo come al liceo: formato da un sistema che a volte ti distrugge. Ho visto tanti smettere di suonare. Però oggi suono con quegli stessi compagni: sono i miei amici.
Alessandro – MG: Io ho smesso presto di studiare e ho intrapreso un percorso libero. Non critico l’accademia, ma spesso può soffocare le personalità artistiche.
Matteo – SM: Dai lo stiamo massacrando, io vorrei spezzare una lancia a favore del Conservatorio; ho frequentato il dipartimento di elettronica e mi sono trovato molto bene, e ha avuto un impatto importantissimo sulla mia formazione sia sulla tecnica, sia sull’approccio e sulla disponibilità all’apertura alle idee.
Fino ad ora abbiamo parlato di jazz, cosa diciamo del prefisso “new” che si mette altrettanto spesso quando si parla di queste cose?
Alessandro – MG: Viviamo in un mondo pieno di linee di demarcazione. Preferirei che la musica fosse solo musica, ascoltata senza pregiudizi o etichette. Il jazz non è solo un genere, è una tendenza al nuovo, a innovare nel proprio tempo.
Marco Castello: Il jazz è contaminazione, si rinnova per definizione. È sempre nuovo. È sempre “new” già di suo.
Carma – SM: Ha più senso parlare di una scena che di un genere. Faccio degli esempi: molti di noi presenti a questa intervista si conoscevano già, abbiamo condiviso palchi, musicisti. Secondo me ci influenziamo più in questo senso, stando molto a contatto e facendo le stesse cose.