La Biennale di Venezia apre i battenti nel maggio del 2026 con un titolo che è già una dichiarazione di poetica: In Minor Keys, tonalità minori. La curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente l’anno prima, aveva immaginato un’edizione lontana dai fragori, capace di ascoltare le frequenze sommesse del dissenso, della fragilità, della resistenza. Ma la realtà, come spesso accade, si è rivelata più rumorosa della partitura. Tra la riapertura contestata del Padiglione russo, chiuso dal 2022, il Padiglione israeliano, le proteste del collettivo femminista Pussy Riot e le dimissioni della giuria, la Biennale del 2026 è stata fin da subito un campo di tensioni politiche e culturali. Eppure, dentro e accanto a questo caos, centinaia di artisti, curatori e visitatori hanno continuato a muoversi tra i Giardini, l’Arsenale, i palazzi storici e le isole, alla ricerca di quello spazio di senso che solo l’arte – persino la più controversa – sa ancora aprire.
Venezia, in quei giorni, è insieme vetrina globale e labirinto intimo. I riflessi dell’acqua salmastra lambiscono i padiglioni nazionali, le Tese dell’Arsenale emergono come relitti di un naufragio futuro, le performance si svolgono in cortili segreti e lungo calli affollate di turisti e addetti ai lavori.
In questo scenario stratificato e contraddittorio, Jacopo Ascari ha viaggiato con pennarello e quaderno, fermando su carta ciò che i riflettori della cronaca spesso trascurano. Non i comunicati stampa, ma l’atmosfera. Non le dichiarazioni ufficiali, ma l’incontro imprevisto tra un’opera e lo sguardo di chi la attraversa. I disegni che accompagnano questo articolo, quindici tavole dedicate a luoghi e protagonisti della Biennale 2026, non sono illustrazioni didascaliche né reportage. Sono piuttosto interpretazioni visive, restituzioni delle emozioni di un momento attraverso un tratto. Ascari non ha ritratto la totalità della Biennale, ma un suo percorso personale, fatto di soste e intuizioni. E come lui, molti prendevano appunti, disegnavano, scrivevano. Forse era una performance collettiva, e nessuno lo sapeva.
La Biennale di Venezia 2026 tra disegni e parole
Sull’isola della Giudecca, i drappeggi Fortuny non sono più semplici stoffe. Diventano pareti morbide, paesaggi sospesi tra l’artigianato veneziano e la visione curatoriale di Chahan Minassian. La nuova collezione POLPO sembra uscire dall’acqua come un mollusco luminoso. Qui il lusso non urla, respira.


Nelle Gallerie dell’Accademia, Marina Abramović in Transforming Energy invita il corpo del visitatore a sdraiarsi su strutture di pietra e quarzo. Non si guarda e basta, ma si partecipa a una trasmissione di energia. Accanto, la Pietà di Tiziano del 1575 incontra la Pietà (with Ulay) del 1983. La vulnerabilità diventa forma spirituale, e il dolore rinascimentale si fa contemporaneo. Abramović non chiede solo di osservare: chiede di restare, di abitare l’opera per un tempo che sembra non avere fine. I letti di cristallo diventano altari laici dove ci si spoglia della fretta.


Un tempo il più grande cantiere navale del mondo, l’Arsenale è oggi una delle due sedi principali della Biennale. Le sue imponenti Tese, capannoni lunghi centinaia di metri, accolgono opere e padiglioni. Camminare tra queste navate di mattoni significa attraversare secoli di storia.
Alberto Scodro ha riempito una vasca d’acqua, e dentro vi ha sospeso sculture che sembrano cristallizzazioni del fondo lagunare. Maniglie spuntano da tubi verticali: promettono accessi a mondi sommersi, forse immaginari. Intorno, il Diario veneziano di Ilya e Emilia Kabakov raccoglie orsacchiotti e utensili donati dai residenti. Ogni oggetto è una camera di risonanza di una vita.


La loro voce non si è mai adattata ai salotti della Biennale. Nadya Tolokonnikova chiede che il Padiglione russo del 2028 sia dedicato ai prigionieri politici. Intanto, a Venezia, il collettivo femminista trasforma il dissenso in performance: non per bloccare la mostra, ma per ricordare che l’arte può essere anche un pugno nello stomaco del potere.
Chiara Camoni ha riempito le Tese di sisters, figure antropomorfe realizzate con collane e frammenti di argilla. Non c’è gigantismo, ma una monumentalità gentile, fatta di proporzioni rispettose. Nella seconda sala, le opere si annidano all’interno di casette di legno. Ogni contenitore ne contiene un altro, come in una matrioska di sguardi. Camoni ha voluto uno spazio a scarto zero: senza imballaggi, senza superfetazioni, solo materia che ha attraversato le sue mani e il suo forno. L’odore dell’argilla cruda si mescola al legno delle armadiature e il visitatore non è più spettatore, ma compartecipe di un rito. I workshop e il public program, curati dalla piattaforma Lungomare, trasformeranno il padiglione in un cantiere aperto per tutta la durata della Biennale.


Sui tradizionali stenditoi di Corte Nova, lenzuola dipinte si sollevano al vento come onde. Melissa McGill ha collaborato con i residenti per trasformare il bucato in un manifesto visivo: contro il turismo invasivo, contro l’oblio, a favore di una Venezia ancora abitata. Ogni telo è una voce, ogni piega una memoria. L’alta marea non è solo acqua che sale, è anche comunità che resiste.
L’artista ghanese applica il colore direttamente sulla tela con le dita. I suoi ritratti di soggetti neri dialogano con il damasco veneziano e il merletto di Burano, trasferiti sulla superficie con una tecnica inedita di paper transfer. A Palazzo Grimani, gli affreschi del Cinquecento sembrano riconoscere nei nuovi arrivati una dignità altrettanto antica. Non siamo ospiti, dice Boafo: la nostra bellezza è duratura quanto le pietre.


All’ingresso dei Giardini, la scultura di Zhanna Kadyrova, un grande cervo, sembra fiutare il conflitto. I padiglioni di Russia e Israele sono circondati da polemiche, teli opachi, musiche a volume altissimo. Eppure, in mezzo al caos, la Biennale continua il suo ritmo irregolare. Tra code interminabili e striscioni Free Palestine, qualcuno cerca ancora l’ombra per parlare d’arte e, soprattutto, per parlare del mondo.
Alla Scuola Grande di San Rocco, il ciclo pittorico di Tintoretto accoglie tre sculture dell’artista fiammingo. Pochi oggetti, collocati lungo l’asse centrale, per un dialogo silenzioso tra luce rinascimentale e materia contemporanea. Jan Fabre è il primo artista vivente invitato in questo spazio.


Caroline Corbetta ha immaginato una piattaforma dentro un palazzo, una casa nella casa che osserva il contemporaneo veneziano senza travolgerlo. Non è una mostra nel senso tradizionale: è un osservatorio, un salotto, un luogo dove l’arte locale si mescola al respiro internazionale della Biennale. L’invito è a rallentare, a non consumare, a abitare davvero la città – anche solo per il tempo di un caffè.
Nella cornice Art Déco del Palazzo del Casino, la maison francese Dior e la Venetian Heritage Foundation hanno celebrato la loro tradizionale serata di gala. Il ricavato del Casino Royale Ball andrà al restauro del Ca’ d’Oro, il palazzo gotico che un tempo riluceva d’oro, sotto la direzione di Peter Marino, architetto di fiducia di Dior. Restaurare non è solo riparare: è scegliere cosa meritare di essere trasmesso al futuro.


Dall’isola di San Clemente, un fascio di luce verde sale diritto nel cielo notturno. Chris Levine ha riutilizzato un laser di grado militare dismesso e lo ha trasformato in un’opera d’arte: una colonna pura. Lo accompagnano le note dei Pink Floyd e un messaggio semplice: Fai luce, non la guerra. Venezia guarda in alto e per un attimo il dissenso, le code, le polemiche sembrano più lontani. Resta solo il verde che sale, verso lo spazio.
E poi, all’improvviso, tra un padiglione serio e l’altro, sbuca Cicciolina Ilona Staller. Ex deputata, ex attrice a luci rosse, icona della disco italiana, torna a Venezia per celebrare qualcosa che la Biennale non si aspettava: il sogno pop più surreale dell’edizione. Ospite del Padiglione Danese nell’ambito dell’evento THINGS TO COME di Maja Malou Lyse. Solo una corona di fiori, musica da ballare e l’ironia di chi ha fatto della trasgressione un’arte.

Tutti i disegni sono stati realizzati da Jacopo Ascari.