Tutto parte da un sogno, una suggestione che diventa una fonte di ispirazione. Laila Al Habash trasforma quel suggerimento onirico in qualcosa di tangibile ma che allo stesso tempo racconta uno degli elementi più intangibili che esistano. Nasce così Tempo, secondo album di studio dell’artista italo-palestinese, in uscita il prossimo venerdì 24 ottobre in formato digitale e vinile. Dodici brani che mescolano più lingue, dall’inglese all’italiano fino all’arabo, e che conducono l’ascoltatore nel viaggio musicale della cantautrice. Il progetto prende forma in un’estate trascorsa in una città quasi deserta a causa del caldo torrido. Ambientazione perfetta per chiudersi in uno studio che diventa il luogo in cui poter dare libero sfogo alle riflessioni più profonde. Ma in Tempo c’è anche l’altra anima di Laila, quella più esuberante e colorata. La cantautrice, di origine palestinese, nasce a Roma e cresce con il mito di icone della musica come Mina e Raffaella Carrà. Dopo numerose collaborazioni e un tour che le ha aperto porte anche all’estero, Laila è pronta a far conoscere al mondo il suo nuovo progetto.

«Ero affascinata dal capire meglio il mistero di come scorre il tempo per me»
Tempo è un disco che hai letteralmente sognato. Ce lo racconti?
Sì, è tutto nato mentre finivo il mio disco precedente. Ricordo di essermi sognata mentre dicevo che il mio prossimo disco si sarebbe chiamato Tempo perché è una cosa che abbiamo tutti e che non ha mai nessuno. L’ho presa come un’idea da valutare e alla fine è rimasto davvero quello il nome. È un album che ha richiesto un costante esercizio di osservazione, ero affascinata dal capire meglio il mistero di come scorre il tempo per me, che mi sono sentita sempre troppo precoce e troppo vecchia insieme, a qualsiasi età. Mentre mi facevo queste domande alla fine ho scritto un disco.
Hai mai avuto la sensazione di aver utilizzato male il tuo tempo?
Sì, parecchie volte. La maggior parte a causa del piacere fastidioso che mi provoca scrollare il telefono, ma questa è un’altra storia ancora. Da una parte però ho capito che la rabbia per quello che consideravo tempo sprecato in realtà era più un pensiero corrotto dall’ansia della produttività. Un sacco di cose hanno bisogno di essere fatte anche a tempo perso, la musica ad esempio.
Nel disco c’è un brano intitolato Che lavoro fai in cui descrivi una delle tante conversazioni che, nella vita di tutti i giorni, portiamo avanti senza interesse. Hai mai avuto pregiudizi o scetticismo quando rispondevi ‘Faccio la cantante’ a quella domanda?
Sì, ma più che pregiudizi o scetticismo ho capito che desta tantissime reazioni assurde in generale. Di solito le persone sono curiose quando lo dico ma vengo spesso sottoposta a un terzo grado che non ho voglia di fare, col tempo apprezzo di più le persone che evitano di parlare di lavoro almeno nei primi argomenti di conversazione.

«Sussidiario Illustrato della Giovinezza dei Baustelle sono i due dischi che mi hanno folgorata per primi»
In Tuareg, l’ultimo pezzo del disco, si sentono bambini che giocano in lontananza e il rumore delle onde che si infrangono sulla riva. È un’immagine che mi ha subito fatto pensare a ciò che sta accadendo a Gaza. Cosa provi in questo momento, in primo luogo come essere umano e poi come donna di origine palestinese?
Tuareg l’ho registrata nel 2021 e non avevo minimamente idea e intenzione di riferirmi alle coste della Palestina, ma è comprensibile che in questo momento il pensiero ti abbia portato lì. Penso sia inevitabile sentirsi col cuore pesante dopo aver assistito in diretta al genocidio di più di 60.000 palestinesi, sono a pezzi e sono incredula di essere viva in un momento in cui c’è orgoglio e rivendicazione nel continuo infrangere i più basilari diritti umani. Sono preoccupata per i miei parenti in Cisgiordania dove la situazione non migliora. È un sacco che non riesco a provare entusiasmo in generale nella vita, anche per le piccole cose. Penso che questo periodo segnerà tutti e che non finirà adesso. Tutto il mondo protesta, non possono vincere sempre loro.
Se avessi una macchina del tempo, c’è un momento della tua vita che vorresti rivivere o modificare?
Mi tirerei fuori da un sacco di capodanni terribili in cui sono finita negli anni. Vorrei rivivere dei viaggi, se potessi. Ne ho fatti un paio che ancora ripercorro nella mente quando mi annoio.
Nella tua carriera hai aperto concerti di artisti del calibro dei Coldplay e di Lana Del Rey. Che esperienze sono state? Hai avuto modo di conoscerli?
Ho avuto modo di incontrare Lana del Rey al Lido di Camaiore dopo aver litigato con un buttafuori che mi voleva allontanare di peso. A parte questo lei è stata davvero gentile ed affettuosa, si è assicurata che mi fossi divertita e goduta il mio concerto. Ho un ricordo bello di quella data. I Coldplay non li ho incontrati di persona ma suonare in uno stadio è davvero un’emozione impagabile, mi sono sentita fortunata.
Qual è il disco che ti ha cambiato la vita?
A 6-7 anni il primo disco che ho espressamente voluto e comprato fu These Streets di Paolo Nutini per cui ero impazzita. Ero incuriosita dai testi in inglese e dalla musica, cercavo le traduzioni dei testi online per capire meglio cosa dicessero le canzoni. Forse insieme a Sussidiario Illustrato della Giovinezza dei Baustelle. Questi sono i due dischi che mi hanno folgorata per primi.

E l’artista che reputi il tuo più grande punto di riferimento?
Ne ho mille, uno sarebbe impossibile. Cerco di non fissarmi molto sugli idoli, è una cosa un po’ rischiosa.
C’è una canzone, non tua, che ti racconta al meglio?
Mi ha sempre stupito la precisione di come ti arrivano gli stati d’animo in Neanche un minuto di “non amore” di Lucio Battisti. Capisci il nervosismo della storia, il rimuginare per ore prima dell’incontro, la conversazione in macchina, tutto perfettamente enfatizzato dalla musica, poi scopri che non serviva a niente. È un pezzo che dura più di 5 minuti e sembra durare 3.
Un sogno nel cassetto che hai esaudito e uno che speri di esaudire?
Mi sembra già un sogno poter fare tutti i giorni una cosa che mi piace così tanto come la musica, quello che spero di realizzare è inutile che lo dico che sennò lo sappiamo tutti come va a finire.