È con grande piacere che abbiamo colto l’occasione di conversare con Michelle Francine Ngonmo, CEO e fondatrice di Afro Fashion Association, nonché dei Black Carpet Awards.
Il nostro primo incontro risale al 2022, in occasione della sfilata WAMI — un movimento multiculturale Made in Italy nato dalla visione condivisa di Stella Jean, Edward Buchanan e Michelle stessa — dove siamo state invitate a curare lo styling.
Nel 2023 abbiamo poi avuto il privilegio di coinvolgerla in un progetto a noi particolarmente caro. In quell’occasione abbiamo approfondito parte del suo percorso, scoprendo una profonda affinità: valori condivisi, visioni allineate e una connessione autentica.
Al termine della terza edizione dei Black Carpet Awards, abbiamo voluto rivolgerle alcune domande per esplorare il suo punto di vista e il significato di questo importante traguardo.

«Afro Fashion Association nasce da un desiderio potente: trasformare l’invisibilità in protagonismo, creare un movimento che non fosse solo una voce, ma soprattutto accesso»
Michelle, puoi raccontarci come nasce Afro Fashion Association?
Nasce da un’urgenza sia personale che collettiva. Quando ero ancora studentessa all’Università di Ferrara, ho avuto l’opportunità di diventare presidente degli studenti afrodiscendenti. Questa esperienza mi ha portata a viaggiare in tutta Italia e a incontrare molti giovani come me: persone istruite, creative, che avevano terminato o stavano ancora completando i loro studi, ma che non riuscivano nemmeno ad accedere a un colloquio di lavoro o a uno stage in azienda — una realtà molto diversa da quella raccontata dai media mainstream.
Mi sono resa conto che in Italia mancavano completamente spazi di rappresentazione per i talenti afrodiscendenti e BIPOC. Ciò che mi ha colpito di più è stato vedere come creativi brillanti venissero sistematicamente esclusi: dalle passerelle, dalle redazioni, dai consigli di amministrazione.
Afro Fashion Association nasce da quella frustrazione, ma anche da un desiderio potente: trasformare l’invisibilità in protagonismo, creare un movimento che non fosse solo una voce, ma soprattutto accesso. Per raccontare finalmente le nostre storie dal nostro punto di vista.
Qual è oggi la missione di Afro Fashion Association?
Oggi la nostra missione è costruire un accesso reale. Nei primi anni il nostro lavoro era focalizzato principalmente sulla visibilità: raccontare storie, dare spazio a volti e nomi rimasti invisibili. Oggi abbiamo ampliato il nostro raggio d’azione, affiancando alla visibilità strumenti concreti: programmi educativi, mentoring, borse di studio e partnership istituzionali.
Non vogliamo semplicemente celebrare il talento: vogliamo costruire infrastrutture che permettano a quel talento di trovare spazio, risorse e continuità. Allo stesso tempo lavoriamo con le aziende per aiutarle a esplorare nuovi mercati in Africa e a reclutare giovani professionisti, contribuendo così a un mercato del lavoro più equo, inclusivo e rappresentativo.
«Per noi “black” non significa esclusione: è la somma di tutti i colori»
I Black Carpet Awards sono diventati rapidamente un punto di riferimento internazionale. Qual è la visione dietro questo progetto?
La visione è ribaltare la narrazione. I Black Carpet Awards nascono dall’esigenza di creare uno spazio che celebri l’eccellenza non come un lusso effimero, ma come un atto politico, sociale e culturale. Non è un tappeto “glamour”: è un momento di slancio — un riconoscimento per chi apre porte, abbatte barriere e ha il coraggio di cambiare le regole del gioco.
Ma soprattutto è diventato un movimento collettivo, un invito all’unità piuttosto che alla divisione. Per noi “black” non significa esclusione: è la somma di tutti i colori. È la forza dell’alleanza, della solidarietà e della collaborazione tra comunità diverse. È la dimostrazione che solo insieme possiamo riscrivere il futuro della società. Non a caso il nostro motto è “celebrating all stories”.
Spesso si parla di “dare voce” ai giovani talenti. Tu parli invece di “dare accesso”. Cosa significa concretamente?
Dare una voce non è sufficiente. Spesso infatti si traduce solo in visibilità o comunicazione (che sono importanti, certo), ma i giovani talenti hanno bisogno di molto di più: accesso reale. Accesso agli strumenti giusti, al mentoring, ai finanziamenti e soprattutto alla possibilità di essere riconosciuti come professionisti a pieno titolo, non come “progetti speciali”. È così che cambiano davvero le percezioni.
Accesso significa entrare nei luoghi in cui si decidono le opportunità. Significa avere un posto nei programmi di mentoring, nelle borse di studio, nei casting autentici, negli incontri con le aziende. Afro Fashion Association lavora proprio su questo: costruire ponti tra scuole, brand e creativi, assicurando che le opportunità non siano simboliche, ma concrete — contratti, borse di studio e collaborazioni che cambiano la vita.
«Le aziende devono investire in programmi a lungo termine, ascoltare davvero le nuove generazioni, integrare nuove voci nei team creativi e nei consigli di amministrazione»
Quali sono le difficoltà più comuni che incontri? E cosa permette ai talenti di fiorire?
Le difficoltà principali sono due: i finanziamenti e la mentalità conservatrice di un sistema che evolve troppo lentamente. I talenti però fioriscono quando viene loro offerto un ecosistema di supporto: mentoring, visibilità, opportunità reali. Fioriscono quando qualcuno dice loro: “Questo è il tuo posto. Non sei tu che devi adattarti al sistema — è il sistema che deve aprirsi a te”.
Cosa dovrebbe fare oggi un’azienda di moda, lusso o cultura per sostenere davvero le nuove generazioni?
Passare dalle campagne alle infrastrutture. Una collaborazione simbolica o un progetto una tantum non bastano. Le aziende devono investire in programmi a lungo termine, ascoltare davvero le nuove generazioni, integrare nuove voci nei team creativi e nei consigli di amministrazione. Serve responsabilità sistemica, non marketing.
Da “diversità sul red carpet” a “diversità nelle boardroom”: cosa significa?
Significa che la diversità non può fermarsi alla superficie. Vogliamo diversità nei ruoli di potere, nei budget, nei processi decisionali strategici. Non basta invitare volti diversi sul palco se poi quelle stesse voci non sono rappresentate nei luoghi dove si decide davvero. Il cambiamento reale è strutturale, non estetico.
«Ai giovani direi: non aspettate il permesso per esistere. Entrate, rivendicate il vostro spazio, costruite le vostre reti»
Afro Fashion Association lavora con brand, istituzioni e media. Come possono queste collaborazioni diventare più trasformative?
Le collaborazioni diventano davvero trasformative solo quando smettono di essere operazioni superficiali e si trasformano in alleanze autentiche. Non parliamo di loghi su un poster, ma di condivisione di risorse, apertura di reti, creazione di programmi educativi e di mentoring, accesso reale alle opportunità.
Ai decisori chiedo coraggio: il coraggio di andare oltre la retorica e di mettere in discussione le regole del gioco. Non basta “partecipare alla conversazione”. Bisogna investire, assumersi rischi e scegliere di stare dalla parte del cambiamento.
Solo così le partnership tra brand, istituzioni e media possono diventare ponti trasformativi — capaci non solo di sostenere i talenti, ma di riscrivere insieme il futuro dell’industria. Fortunatamente alcune collaborazioni con istituzioni, media e scuole sono già in corso. Lentamente, ma con determinazione, ci stiamo arrivando.
Che ruolo ha l’educazione?
Rispondo con una citazione di Madiba:
“L’istruzione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo.” — Nelson Mandela.
L’educazione è la chiave. Senza educazione, formale e informale, non c’è futuro. Ma l’educazione non riguarda solo le competenze tecniche: significa aprire il sistema, renderlo capace di riconoscere e valorizzare talenti che provengono da percorsi non tradizionali, dalle periferie, da comunità marginalizzate.
Attraverso Afro Fashion Association lavoriamo esattamente su questo: borse di studio, alfabetizzazione digitale, programmi di mentoring. Strumenti che trasformano il talento da potenziale a impatto reale. Perché l’educazione non è un privilegio — è un diritto ed è il motore che può riscrivere le regole della nostra industria e della società.
Un appello ai leader e un messaggio ai giovani.
Ai leader direi: smettete di avere paura del cambiamento. Il futuro della creatività è inclusivo, sostenibile, intersezionale. Non è una minaccia — è un’opportunità. Una grande opportunità.
Ai giovani direi: non aspettate il permesso per esistere. Entrate, rivendicate il vostro spazio, costruite le vostre reti. La vostra voce non è marginale — è centrale, ed è necessaria.