Affiancare Leo Gassmann al personaggio delle fiabe Pollicino non è azzardato. Sasso dopo sasso, il cantautore e attore romano ha trovato la sua personale strada verso una casa che può essere tante cose: amici, amore, successo. Figlio d’arte, ha rivendicato una strada tutta per sé fatta di gavetta e tanto lavoro: X Factor nel 2018, poi Sanremo nel 2020, dove vince fra le nuove proposte con Vai bene così. Poche settimane fa è stato scelto fra i 30 big del 76esimo Festival della canzone italiana. Il 2026 si apre a suon di musica, quindi, con lui che dal palco dell’Ariston porterà un brano che promette già di essere un manifesto: Naturale.


«C’è sempre il rischio di fare le cose a metà con la necessità di farle tutte. Ma il gioco sta proprio in questo: cercare un equilibrio in tutto ciò che si fa è un esercizio prima di tutto mentale»
Leo, sei in un periodo molto intenso. Come stai?
È un periodo molto stimolante, che è arrivato dopo tanta sperimentazione. Forse fare tre cose insieme può sembrare troppo: uscire con un disco, promuovere un film, girare nei teatri d’Italia… Serve una grande concentrazione, che per me è ricerca di un equilibrio. Ogni aspetto ne ha bisogno: il raccoglimento nelle canzoni, l’attenzione nella promozione, essere focalizzato quando viaggi tanto. Ma alla fine ne esco secondo le mie possibilità, sasso dopo sasso. È sicuramente una bella esperienza di vita.
A proposito di esperienza di vita, per la prima volta hai calcato il palco di un teatro assieme a tua mamma, Sabrina Knaflitz, con lo spettacolo Ubi Maior. Cosa significa per te?
È veramente bello poterlo fare con lei, insieme ai bravissimi Matteo Taranto e Barbara Begala. È uno spettacolo che abbiamo provato quest’estate portandolo in Liguria e che, da novembre, è partito a girare i teatri d’Italia, dalla Sala Umberto di Roma a Torino. Si lavora sempre, mettendoci il cuore. Sono sicuramente grato di farlo con mia mamma.
Ti prepari a viaggiare molto, passare da un letto all’altro, incontrare tante persone. Non hai paura di decentrarti?
C’è sempre il rischio di fare le cose a metà con la necessità di farle tutte. Ma il gioco sta proprio in questo: cercare un equilibrio in tutto ciò che si fa è un esercizio prima di tutto mentale. Fin da quando ero piccolo, facevo più cose insieme, dall’università allo sport. Questa costante ricerca di equilibrio mi faceva sentire il peso della fatica, ma anche il bello di guadagnarsi le cose piano piano, malgrado il poco tempo per fermarmi e riflettere.




«Vorrei augurare a tutti di concedersi la possibilità di alzarsi e cadere, è importante apprezzare il proprio percorso»
E oggi, qual è il tuo tempo per riflettere?
Quando vado a correre, sul Lungotevere: mi piace molto il tratto da Ponte Milvio a Testaccio, mi fa sentire al riparo dal traffico di Roma e lì posso pensare. Ma mi piace riflettere anche guidando il motorino a Roma di notte, quando tutto rallenta e puoi raccoglierti in te. E poi, ci sono i miei amici in giro per l’Italia: nella campagna romagnola, o in Umbria o in Toscana.
Il 6 novembre è uscito nei cinema Fuori la verità, per la regia di Davide Minnella e tu nei panni del membro di una famiglia che rivela le sue verità nascoste in uno show televisivo. Per te è più importante che la verità esca o raggiunga le giuste persone?
Come insegna il film, nei rapporti è sempre importante essere sinceri, specialmente in una famiglia, che è un posto sacro dove bisognerebbe sentirsi al sicuro. Poi certamente esiste una verità privata e una pubblica. Un attore o un cantante sono convincenti se mostrano una verità basata sempre sull’empatia, perché è l’empatia che smuove il pubblico. Oggi siamo circondati da falsità sul piano della politica ma anche dei social: tra gli estremi di un pessimismo totale e una positività assoluta, dobbiamo rimanere in equilibrio.
Il tuo album La strada per Agartha si ispira a Il dio fumoso di Emerson, il racconto di un esploratore norvegese che, quando torna fra gli uomini, non viene creduto. Ci sono delle verità tue che desideri che la gente creda?
Penso ogni giorno a ciò che è giusto raccontare. Se penso alla mia vita, all’università, a X Factor, a Sanremo giovani, riconosco una certa lentezza, perché mi sono preso degli anni per riflettere e scrivere un album con un’identità precisa. Ecco, vorrei augurare a tutti di concedersi la possibilità di alzarsi e cadere, è importante apprezzare il proprio percorso. Io mi sveglio la mattina e sono grato per la vita. Questo aiuta anche le persone che ti vogliono bene e che ti circondano.

La primissima stesura di Maledizione risale a poche settimane prima del lockdown del 2020. Come hai vissuto quei mesi e – come dice la canzone – hai imparato a lasciare andare?
Lasciare andare è fondamentale, perché ci sono delle cose che ci fanno crescere e altre no. La pandemia ci ha chiuso in casa: ricordo che avevo vinto Sanremo giovani, mi stavo per laureare e mi sono ritrovato bloccato. Ma quel periodo è stato bellissimo, l’ho condiviso con la mia famiglia e mi ha fatto crescere. Senza la pandemia sarei oggi una persona diversa.
In Caro Lucio canti «L’anno che verrà mi mette paura». Ti mette paura il futuro, ritrovarti – come canti nel tuo ultimo singolo – uno Yamamai al posto di quel «locale che era solo il nostro»?
Sì, ho ancora paura del futuro. Ma resto pieno di speranza, l’unica cosa che rimane malgrado il mondo spietato, come vediamo a Gaza, in Ucraina e in tanti posti del mondo dimenticati. Fino a quando ci sarà anche solo una persona disposta a combattere per la libertà del prossimo, allora il futuro non m’intimorisce. Mi sorprendo sempre delle persone buone che incontro per strada, la gentilezza mi fa commuovere. Io voglio combattere per le persone gentili, l’unica cosa che illumina questo presente.





Credits
Photographer Jacopo Gentilini
Stylist Stefania Sciortino
Make-up by BB Skill
Hair by Lisap Milano – Gianluca Barbaro
Photographer Assistant Gabriele Antenori
Stylist Assistant Maria Luisa Palmisano
Location The Rome Edition