Margherita Principi racconta “One Shot” e il suo percorso musicale

Dall’esordio a X Factor fino ai nuovi singoli Scheletro, Il mio posto nel mondo e One Shot: la cantautrice ripercorre le tappe di una crescita travagliata ma autentica, tra ricerca di sé e desiderio di connessione con chi ascolta

Margherita Principi non ha mai amato le etichette: troppo strette, troppo limitanti per un percorso che ha sempre preferito seguire l’istinto alle definizioni. La sua storia inizia presto, a 16 anni, sul palco di X Factor con un dulcimer tra le mani e una voce che lasciava intravedere un’urgenza già chiara: raccontarsi attraverso la musica. Da allora, la sua traiettoria è stata tutt’altro che lineare. Traslochi tra Roma, Pesaro e Milano, colonne sonore per cinema e serie (The Young Pope di Sorrentino tra queste), un lungo dialogo con i propri demoni e con i generi più disparati — dal soul al pop sperimentale, passando per jazz, R&B, rap ed elettronica.

Oggi, a dieci anni di distanza da quell’esordio, la sua musica sembra riflettere proprio quel percorso travagliato che lei stessa descrive come «dieci vite in una». Dopo Scheletro e Il mio posto nel mondo, due brani che hanno segnato il ritorno a una scrittura introspettiva e viscerale, arriva One Shot. Una canzone che mette a nudo il conflitto tra il desiderio di cambiare e la paralisi della paura, raccontato con un linguaggio che sa essere personale e universale allo stesso tempo.

Non c’è nulla di celebrativo nel cammino di Margherita Principi: piuttosto, c’è una costante tensione tra caduta e rinascita, tra ricerca e smarrimento. È in questo spazio fragile e autentico che la cantautrice trova il suo posto, e forse anche la sua forza più grande.

Margherita Principi
Margherita Principi

Intervista a Margherita Principi, da X Factor a One Shot

Dopo pochi mesi dall’uscita di Il mio posto nel mondo, pubblichi già il nuovo singolo One Shot. Che sensazioni provi nel portare avanti così rapidamente questo flusso creativo?

Sicuramente sono emozionata, quasi in fibrillazione, ma nell’effettivo grata di poterlo fare. Per me scrivere musica, chiudermi in studio è sempre stata un’esigenza ed ancora di salvezza soprattutto nei momenti più difficili, il focus è continuo e quotidiano, la condivisione è fondamentale, perché oltre l’artista ci sono persone attorno che prima di tutto ci credono e viaggiano sulla stessa linea d’onda. È un percorso di adrenalina costante.

One Shot racconta di una ragazza che fatica a riconoscersi e a reagire. Quanto c’è di autobiografico in questa storia, e quanto invece nasce da osservazioni esterne o immaginate?

One Shot è un’arma a doppio taglio per come la vedo io. Da una parte trovi questo conflitto continuo di voglia di uscire da un guscio, dall’altro il cercare riparo scappando da un qualcosa di circoscritto che sia un rapporto, il lavoro, l’abitudine quotidiana. Se ci metto la penna, inevitabilmente qualcosa di autobiografico arriva senza neanche essermelo prefissata, ma la miglior ispirazione nasce all’esterno, da quello che vedi tra la gente, i comportamenti, i racconti, tutto è linfa, tutto vale.

Margherita Principi
Margherita Principi – One Shot

«L’errore contribuisce a far evolvere anche la tua visione artistica»

La tua musica attraversa generi diversi, dal soul al pop sperimentale. Come descriveresti il tuo percorso musicale e le scelte stilistiche che ti hanno portata fino a questo momento?

Non mi sono mai definita in un genere effettivo, non ho mai saputo rispondere a questa domanda. Da piccola al saggio della scuola cantavo Whitney Houston, passando per Mia Martini fino ad arrivare ad Amy Winehouse e Lauryn Hill. Mi sono fatta una scorpacciata di musica Jazz, R&B, fino ad arrivare al rap, alla musica elettronica o alternative. Ho fatto scelte d’istinto anche sbagliando; ad oggi so che l’errore contribuisce a far evolvere anche la tua visione artistica. In ogni genere ho raccolto inconsciamente qualcosa, quasi come una spugna, ed ora ogni passo che faccio unisce dei puntini che mi stanno facendo trovare la mia direzione.

Guardando ai tuoi singoli più recenti, da Scheletro a Il mio posto nel mondo, c’è un filo conduttore che li lega? E se sì, quale messaggio vuoi trasmettere con questa sequenza di brani?

Dopo aver messo in pausa il mio progetto per un po’, sono ripartita esattamente da due brani più introspettivi perché sentivo che dovevo raccontarmi, uscire da una sorta di “buio” in cui mi sentivo intrappolata. La prima canzone, Scheletro, si focalizza sull’ammettere che il malessere è umano, le nostre debolezze e i momenti no in realtà diventano punti di forza se li guardiamo da un’altra prospettiva e credo sia importante dar voce all’insicurezza in un momento in cui siamo a contatto con parametri estetici e tenori di vita che non rispecchiano l’effettiva realtà attuale. Il mio posto nel mondo invece affronta esattamente una fase successiva: dopo aver preso consapevolezza del tuo status hai bisogno di prenderti un momento solo ed esclusivamente per te stesso, anche in mezzo al nulla, esattamente com’è nata questa canzone, in mezzo alla natura.

Margherita Principi

«Ho iniziato presto inconsapevolmente, avevo 16 anni e da lì mi sembra di aver vissuto dieci vite»

Dal tuo debutto a X Factor fino ai singoli recenti, come descriveresti l’evoluzione del tuo percorso musicale e personale? Quali tappe ti hanno definita di più come artista?

Travagliato, lo descriverei esattamente così. Ho iniziato presto inconsapevolmente, avevo 16 anni e da lì mi sembra di aver vissuto dieci vite. Ho fatto diversi traslochi da quel momento in età diverse tra Roma, Pesaro (la mia città natale), vivendo quindi di nuovo la provincia, per poi arrivare ad oggi qui a Milano. Ho visto e accolto diverse sfaccettature e fasi di Margherita, che si sono amate ma per lo più odiate. Ad oggi mi sembra che si stiano parlando, motivo per il quale mi sento più connessa con quello che faccio artisticamente.

Guardando avanti, c’è un tema o una direzione musicale che ti piacerebbe esplorare nei prossimi progetti?

L’unica cosa che mi viene da rispondere è il parlare alle persone, creare connessioni, far sentire qualcuno meno solo. Quando ero più piccola avevo l’esigenza di sentirmi a casa ascoltando un’artista, rispecchiarmici, sentirmi parte delle sue parole, come se le avessi vissute io. Ecco, arrivare ad un linguaggio universale credo sia una meta.