Il primo lunedì di maggio è il giorno in cui la moda si interroga su se stessa, o finge di farlo. Lo fa al Met Gala, abbreviazione mediatica del Costume Institute Benefit del Metropolitan Museum of Art. Il nome, però, è secondario: conta ciò che quella serata rivela, suo malgrado, delle gerarchie estetiche che ancora governano il sistema. Nato nel 1948 come una cena di mezzanotte per autofinanziare un dipartimento museale obbligato a sostenersi da solo, l’evento è diventato col tempo una macchina spettacolare globale. Eppure, più si allontana dalle sue origini, più mostra la sua fragilità di fondo: l’incapacità di essere preso sul serio come riflessione critica sulla moda, e non solo come passerella di ricchezze in cerca di consenso virale.
Dalla cena di mezzanotte alla macchina mediatica
Nel dicembre 1948, Eleanor Lambert, una delle figure più importanti della storia della moda statunitense e globale, organizzò al Waldorf Astoria una cena con biglietti a 50 dollari. Per decenni la festa rimase un affare per l’élite sociale newyorchese. Poi, nel 1972, fu Diana Vreeland, chiamata come consulente del Costume Institute, a cambiare le carte. Spostò il gala all’interno del museo, allineò il tema della serata a quello della mostra annuale e trasformò l’evento in un’opera totale.
Anna Wintour, subentrata nel 1995, iniziò a riscriverne le regole. Sotto la sua direzione, i tavoli non vennero più venduti esclusivamente a singoli facoltosi mecenati ma a interi marchi di lusso, che pagavano profumatamente per portare i propri ospiti. Nel 2005 fissò la data al primo lunedì di maggio, e soprattutto spinse ogni invitato a interpretare il tema annuale con la massima spettacolarità possibile. Il tappeto rosso divenne una performance. E il gala, da raccolta fondi per la conservazione e lo studio della moda come forma culturale, si trasformò in una macchina mediatica globale.

I momenti che hanno cambiato il registro
Alcune edizioni hanno segnato delle svolte irreversibili. Nel 2004, per il tema Dangerous Liaisons: Fashion and Furniture in the 18th Century, Amber Valletta si presentò con una parrucca settecentesca, un corsetto a vista e una gonna John Galliano che mescolava rococò e punk. Fu la prima volta che il codice del costume party prese il sopravvento sulla semplice eleganza formale.
Il 2015 rappresenta uno spartiacque. Il tema China: Through the Looking Glass incoraggiò citazioni più o meno appropriate. Rihanna indossò un mantello-gonna giallo oro di Guo Pei, la cui realizzazione aveva impiegato due anni. L’immagine divenne virale in poche ore: il Met Gala smetteva di essere un evento seguito dalla stampa di settore per diventare un fenomeno globale di internet.
Il 2019, ispirato al saggio di Susan Sontag sul Camp, portò due performance rimaste negli annali. Lady Gaga, co-chair, si spogliò in quattro tappe sul tappeto rosso, passando da un abito rosa gigante a un reggiseno di paillettes. Billy Porter si fece portare a spalla da sei uomini travestito da faraone alato. La serata sancì l’equivalenza tra Met Gala e palcoscenico totale.
Nel 2021, dopo la pausa pandemica, il tema In America: A Lexicon of Fashion generò momenti politicamente espliciti. Alexandria Ocasio-Cortez indossò un abito bianco con la scritta rossa “Tax the Rich” sulla schiena. Da un lato, il gesto sfruttò abilmente la macchina mediatica del Gala per diventare virale in poche ore. Dall’altro, si rivelò profondamente contraddittorio: un messaggio contro la disuguaglianza esibito in un evento dove il biglietto minimo costa decine di migliaia di dollari, tra milionari che indossano abiti firmati. La moda è sempre politica, anche quando tace. Qui, però, la messa in scena mostrava i limiti della politica performativa.

L’edizione 2026: Costume Art e il manifesto mancato
La mostra del Costume Institute, intitolata Costume Art, accostava abiti a opere d’arte provenienti da tutti i dipartimenti del museo, coprendo cinquemila anni di storia. Includendo tipi corporei spesso trascurati – il corpo in gravidanza, il corpo che invecchia – accanto ai canonici corpo nudo e corpo classico. Il dress code del gala, scelto da Anna Wintour, era esplicito: Fashion Is Art. Un manifesto per l’autonomia del mezzo.
E invece è accaduto l’esatto contrario. La maggior parte dei look più discussi non ha affermato la moda come linguaggio autonomo, ma l’ha citata in quanto derivativa. Abiti che replicavano quadri celebri, gioielli che imitavano sculture classiche, acconciature che rimandavano a statue greche. Tutto molto colto, certo. Ma il messaggio implicito era chiaro: la moda, da sola, non basta. Per essere considerata arte, ha bisogno di appoggiarsi a forme espressive gerarchicamente superiori – la pittura, la scultura, la musica, la letteratura.

La subalternità chiede permesso
Questa operazione di legittimazione per appoggio è la sconfessione più netta del tema. Se la moda fosse davvero arte al pari delle altre discipline, perché i suoi rappresentanti più autorevoli sentono il bisogno di impreziosirla con rimandi ad altro? La risposta è amara, e riguarda la gerarchia delle arti, ancora ben radicata anche dentro le istituzioni che pretendono di superarla. La moda, nonostante Vreeland, nonostante Bolton, nonostante Wintour, continua a occupare uno scalino inferiore. È un’arte bella, ma non pura. Ha bisogno di un alleato nobile per essere ammessa.
Il tema Fashion Is Art, anziché affermare un’equivalenza, ha rivelato una subalternità. Ha mostrato quanto sia ancora lungo il cammino perché la moda sia riconosciuta come linguaggio autonomo di pensiero critico, e non solo come ornamento o spettacolo. Il vero fallimento del Met Gala 2026 non è stato nei look riusciti o meno riusciti: è stato collettivo, culturale. È stata l’incapacità di credere davvero che un abito, da solo, possa essere arte.

Una macchina che si alimenta da sola?
Il Met Gala rischia di diventare un’entità autonoma, una macchina culturale che vive di se stessa. Convoca l’attenzione globale, catalizza desideri e risentimenti, distribuisce status e visibilità. Ma la sua energia non è più al servizio di una causa, semmai, la causa è al servizio della sua capacità di fare notizia. È questo il paradosso di un evento che voleva sostenere la moda e che invece viene sostenuto, ogni anno, dalla propria stessa celebrità. Una macchina che rischia di alimentarsi da sola, senza chiedersi se abbia ancora un senso.
Eppure, il meccanismo non è ancora irreversibile. La mostra c’è sempre, il Costume Institute continua a fare ricerca, i curatori lavorano. Se il Gala sapesse riportare al centro ciò che dovrebbe celebrare – la memoria, lo studio, il pensiero sulla moda – potrebbe ancora riconquistare quella valenza culturale che oggi appare offuscata dallo spettacolo. La macchina può essere riprogrammata. Basta volerlo.
Lo specchio di valori labili
Met e Vogue America hanno cercato al massimo di dimostrare che l’evento è ancora un momento di cambiamento, cercando di farsi portavoce di varie criticità. E la moda, ancora una volta, si è dimostrata uno specchio della società. Ma quello specchio mostra valori labili, mutevoli, che hanno costante bisogno di riposizionarsi. Oggi il Met Gala deve giustificare la sua rilevanza, la sua contribuzione, il suo potere. Ed è forse questa la lezione più vera: nemmeno l’evento più famoso del mondo può più dare nulla per scontato.
Immagine in evidenza: Dree Hemingway in Custom Pandora e Valentino, crediti immagine Getty, Dimitrios Kambouris