Il tempo, sosteneva Jorge Luis Borges con il suo consueto e affascinante fatalismo, è una costruzione filosofica meravigliosamente insidiosa. Tuttavia, se il maestro argentino avesse mai sfogliato una copia di Vogue o scrollato annoiato il feed di TikTok nel 2025, avrebbe forse ammesso che il tempo non è affatto una costruzione filosofica, bensì una gigantesca, esilarante, presa in giro.
Ed è proprio questa beffa cosmica che la Generazione Z vive con una specie di entusiasta ansia collettiva, alternando creme anti-age (usate con la fretta tipica di chi ha già quarant’anni senza neanche averne compiuti venti) e nostalgie vintage per epoche che, ironicamente, non ha mai neanche sfiorato.

La moda: un eterno presente costantemente riscritto
Il sociologo Roland Barthes avrebbe definito tutto ciò con una sola parola: ucronia. Questo concetto, che indica un “non-tempo”, è esattamente il terreno surreale in cui la moda riesce a far coesistere passato, presente e futuro, annullandoli a vicenda per creare un eterno presente, costantemente riscritto da collezioni che cancellano l’ieri per un domani sempre rimandato. La storia della moda avanza a scatti, più che in linea retta. Gli studiosi parlano di temporalità multiple del fashion: da un lato il tempo industriale, quello cadenzato dalle stagioni e dalle collezioni semestrali, dall’altro un tempo antilineare fatto di continui ritorni, citazioni e revival.
Ogni vent’anni circa, ciò che era fuori moda torna improvvisamente desiderabile – il famoso ciclo dei vent’anni delle tendenze. Negli anni 2000 impazzavano i revival anni ’80; oggi nel 2025 spopolano gli anni ’90 e i primi 2000. Nella moda nulla muore per sempre, tutto può rinascere in un déjà vu stilistico. Questo citazionismo onnivoro permette alla moda contemporanea di vivere più tempi simultaneamente: in un unico guardaroba convivono un blazer anni Ottanta, jeans a zampa anni Settanta e scarpe platform primi 2000. Siamo nell’era dello stile simultaneo, dove passato e presente coesistono in un mosaico creativo.


A destra: Foto di CARTIST – Unsplash
Ucronia e fantasy sartoriale: il tempo della moda
Il filosofo Giorgio Agamben ha colto bene questo meccanismo: «Ciò che definisce la moda è che essa introduce nel tempo una peculiare discontinuità, che lo divide secondo la sua attualità o inattualità, il suo essere o non-essere-più-alla-moda» L’ucronia si manifesta in un carnevalesco fantasy sartoriale: ci si diverte a mescolare epoche, a predire futuri impossibili, a giocare con le timeline. Le passerelle mettono in scena il paradosso di epoche inventate che però hanno ricadute reali: basti pensare a come le tendenze dei bei tempi andati influenzano il fashion design – primo fra tutti, Alessandro Michele, direttore creativo prima per Gucci e ora di Valentino – e a come il vintage riporti in vita epoche passate.
La moda insomma crea un tempo suo, a metà tra il sogno e il mercato, in cui ieri e domani si confondono in un presente narrativo continuo. Barthes ci insegna a vedere la passerella come macchina del tempo: sempre in anticipo su ciò che verrà, ma anche eternamente scollegata dal presente reale, in un limbo dove il tempo è sospeso, ripetuto e reinventato.

Il paradosso generazionale della Gen Z
Ed eccoci dunque al meraviglioso paradosso generazionale della Gen Z: nostalgia per tempi mai vissuti. Una nostalgia schematica, ripulita dai problemi reali e sapientemente confezionata da Netflix e compagnia, che ci hanno convinti che gli anni Ottanta siano stati un’epoca di felici avventure fra biciclette BMX e walkman Sony, dimenticando crisi nucleari, epidemie di AIDS e inflazione galoppante. Stranger Things ha insegnato a milioni di adolescenti che Kate Bush merita una seconda chance e che i pantaloni a zampa sono meno terribili del previsto.
Euphoria, invece, ha fatto scoprire a ragazzini cresciuti a WhatsApp e Tinder il fascino decadente e glitterato di fine millennio. Sex Education ha deciso che gli anni Ottanta, Novanta e Duemila possono tranquillamente convivere in un’unica, atemporale estetica, purché nessuno si metta a controllare compulsivamente le notifiche del telefono ogni trenta secondi. Insomma, una retromania postmoderna in streaming, dove tutto deve apparire bello, nostalgico e soprattutto instagrammabile.

La Gen Z compra vintage dichiarando di voler salvare il pianeta, e probabilmente è vero, ma compra soprattutto vintage perché nulla è più cool di sfoggiare un Levi’s anni ’90 scovato su Vinted piuttosto che sembrare un clone uscito da Zara. Vinted, Depop e Vestiaire Collective sono ormai santuari virtuali di questo culto estetico-sostenibile, con un giro d’affari che supera tranquillamente i 200 miliardi di dollari. Perché non c’è nulla di più rassicurante per una generazione cresciuta fra crisi economiche e pandemie globali che affondare le mani in un passato idealizzato, certamente più semplice e decisamente più fotogenico.
Prejuvenation e la ricerca dell’eterna giovinezza
Accanto alla retromania, tuttavia, emerge un’altra peculiare ossessione temporale che affligge i ventenni contemporanei: la ricerca della giovinezza eterna. Sorprendentemente (o forse no), la Gen Z si è trasformata nel principale consumatore di cosmetici anti-age, anticipando di almeno un decennio le generazioni precedenti. Nel 2023, il mercato globale degli anti-age ha raggiunto la vertiginosa cifra di 55 miliardi di dollari, trainato proprio da questi ventenni terrorizzati da rughe inesistenti. Il 77% di loro adotta una skincare preventiva – battezzata con l’inquietante termine di “prejuvenation“ – cercando di fermare il tempo prima ancora che inizi a lasciare segni.
Bret Easton Ellis, con ironica lungimiranza, aveva già previsto tutto negli anni ’90, descrivendo la routine maniacale di Patrick Bateman in American Psycho o del mito della bellezza patinata e irraggiungibile in Glamorama. Oggi, un Bateman ventenne avrebbe milioni di follower su TikTok, intento a spiegare con scrupolosa serietà come prevenire rughe immaginarie con la skincare quotidiana.

E tutto questo perché? Slavoj Žižek lo direbbe chiaramente: perché l’eterno presente digitale crea ansia, e quest’ansia si allevia soltanto comprando prodotti che promettono miracoli impossibili. Così, tra creme al retinolo e giacche vintage, la Gen Z si muove in equilibrio instabile fra il comfort emotivo del passato e l’illusione di un futuro senza tempo, inseguendo una felicità estetica e malinconica che ricorda molto una vecchia hit anni ’80 riscoperta grazie a Stranger Things: forse il futuro ha davvero un cuore antico, ma la Gen Z sembra intenzionata a mantenerlo giovane con sieri anti-age e cappellini Carhartt.
Del resto, come direbbe Mark Twain, «la storia non si ripete, ma spesso fa rima con se stessa». E a quanto pare, questi ventenni hanno deciso di riscriverne le strofe, rigorosamente con filtro nostalgia e qualche goccia di botulino.