Nel 1999, Alexander Payne, direttore della casa d’aste Phillips, coniò un termine destinato a fare discutere: design art. Voleva descrivere quel territorio incerto dove gli oggetti di design cominciavano a comportarsi come opere d’arte, dove i prototipi finivano in galleria e le sedie venivano esposte come sculture. Poi, nel 2008, Payne ritrattò tutto pubblicamente. Ma ormai era troppo tardi: il fenomeno che aveva battezzato era già fuori controllo.
E oggi, Montblanc, un’azienda che da oltre cent’anni produce strumenti da scrittura pensati per essere usati, ci consegna una collezione che sembra fatta apposta per riaprire il dibattito. La collezione High Artistry costringe a chiedersi se Montblanc stia facendo arte o semplicemente design a un livello così elevato da rendere i confini tradizionali obsoleti.


La risposta di Montblanc all’epoca dell’omologazione
C’è una frase di Peter Dormer, studioso di cultura materiale, che aiuta a inquadrare il fenomeno: “La separazione del mestiere dall’arte e dal design è uno dei fenomeni della cultura occidentale del tardo Novecento”. Dormer notava che questa separazione aveva portato a qualcosa di paradossale: la separazione tra “avere idee” e “fare oggetti”. Come se le idee potessero esistere senza le mani che le realizzano.
Montblanc, con la sua nuova collezione High Artistry, sembra voler ricucire questo strappo. Non perché le sue penne siano oggetti straordinari – lo sono da sempre, e la Maison tedesca ne ha fatto un punto d’onore – ma perché il processo che le genera è diventato, lui stesso, il messaggio. E, in un’epoca di produzione infinita e di oggetti che si assomigliano tutti, c’è ancora spazio per qualcosa che richiede tempo, pazienza, dedizione.
Prendiamo la Limited Edition 10. Per realizzarla, gli artigiani di Montblanc hanno impiegato la tecnica maki-e: strati di lacca urushi semitrasparente, polvere d’oro, lucidatura, ripetizione. Un ciclo che richiede settimane. Il risultato è una celebrazione del Padiglione d’oro di Kyoto che rivive sulla superficie di una penna. Ma ciò che davvero conta non è tanto la fedeltà della riproduzione, quanto il fatto che Montblanc abbia scelto di impiegare quel tempo, quella fatica, quell’arte antica per un oggetto che, in fondo, deve ancora scrivere.
In un’epoca in cui tutto può essere stampato in tre dimensioni in poche ore, questa scelta è quasi una provocazione. È una provocazione che Montblanc compie consapevolmente.


Il dialogo tra due mondi
La collezione High Artistry non si limita a utilizzare tecniche orientali: le abbraccia, le interpreta, le fa proprie. E lo fa con una coerenza che sorprende. I simboli, i materiali, le filosofie che ispirano ogni edizione non sono elementi decorativi applicati dall’esterno, ma parte integrante del progetto.
Sophie Lovell, nel suo studio sulle edizioni limitate, osserva come i designer cerchino di soddisfare la domanda di oggetti unici e, di conseguenza, come il loro lavoro si sovrappone all’arte. Montblanc ha fatto propria questa intuizione, ma l’ha declinata in modo originale. Ha scelto di guardare a una tradizione, quella asiatica, in cui la separazione tra arte e artigianato non è mai esistita in modo così netto.
Nella Limited Edition 1994, il vermiglio vibrante della resina non è solo un colore, ma una scelta culturale che affonda le radici nelle tradizioni dove questa tonalità è associata alla vitalità e alla protezione. La gru che danza sul fusto, incisa e riempita di lacca nera, porta con sé secoli di significati: longevità, pace, buona fortuna. Il fiore di sakura sul pennino richiama la bellezza effimera della vita, quella stessa vita che lo strumento da scrittura contribuisce a raccontare. Montblanc non sta semplicemente citando l’Oriente, ma sta costruendo un ponte.

Il linguaggio segreto dei simboli
Passando alla Limited Edition 333, il linguaggio simbolico si fa ancora più complesso. La scheletratura esagonale in oro è più di un esercizio di stile: è un riferimento al guscio della tartaruga, emblema di longevità nella tradizione asiatica. La libellula, simbolo di coraggio e forza, trova il suo posto sul cappuccio, mentre il crisantemo e la carpa koi sul corpo raccontano storie di perseveranza e fortuna.
Ma c’è un’altra lettura possibile. Prendiamo la Limited Edition 5. La tigre in smalto, realizzata dai maestri di Van Cleef & Arpels, è tecnicamente perfetta. Ma ciò che colpisce è il contrasto: un animale selvaggio, potente, racchiuso in un oggetto da scrivere, che è per definizione strumento di civiltà, di controllo, di comunicazione ordinata. La tigre che si fa penna. La forza che si fa segno.
Lo stesso vale per il bambù della clip, che ricorre in diverse edizioni. Il bambù è simbolo di resilienza nella tradizione asiatica: si piega ma non si spezza. Applicato a uno strumento da scrittura, assume un significato ulteriore. La scrittura come atto di resistenza, come capacità di piegarsi alle circostanze senza rinunciare alla propria essenza. E Montblanc, attraverso questi simboli, sta raccontando una storia che va oltre la semplice funzione dello scrivere.


Un mondo di oggetti anonimi
Lisa Widén e Anna Irinarchos si chiedono: “Le persone si stanno stancando dei prodotti realizzati in serie, che sembrano tutti uguali e che hanno anche gli altri. Dove sono l’anima e il cuore in queste cose? Dove sono l’individualità e la storia?”
Questa domanda, forse, è la chiave per capire perché Montblanc ha scelto di investire in una collezione come High Artistry. Ogni penna racconta una storia, ma allo stesso tempo anche un’altra, più nascosta. Quella degli artigiani che l’hanno realizzata, delle tecniche che hanno imparato, del tempo che hanno dedicato. In un mondo in cui tutto è replicabile, la storia del fare è l’unica cosa che non può essere copiata.


Design art o semplicemente Montblanc?
Torniamo al termine che Payne aveva coniato e poi ritrattato, design art. James Zemaitis, direttore del dipartimento di design del Novecento a Sotheby’s, lo definisce “una bastardizzazione”. Hugh Pearman, critico, è ancora più netto: “Il design art o è design o è arte. Non può essere entrambe le cose.”
Ma forse Montblanc, con la sua collezione, sta dimostrando che queste categorie non servono più. O meglio, servono a chi vuole tenere il mondo in scatole ben sigillate, ma non a chi crea. Perché quando un’azienda che da cent’anni produce oggetti di uso quotidiano decide di mettere in campo tecniche come il maki-e, di collaborare con i maestri smaltatori di Van Cleef & Arpels, di dedicare settimane a un singolo esemplare, sta facendo qualcosa che non ha bisogno di un nome. Sta facendo Montblanc. Nel senso più profondo del termine.