L’Optical Art che ci insegna a vedere

Alla design week di Milano c’è una mostra che non puoi guardare stando fermo: devi muoverti, spostare lo sguardo, cambiare prospettiva. Altrimenti, non vedi nulla

C’è un inganno gentile che l’arte conosce da sempre: farci credere che una superficie piatta si muova, che una linea vibri, che un quadrato respiri. Durante la Design WeekSpazio Roseto in Corso Garibaldi 95 – che, per l’occasione, ospita anche un’anteprima sensoriale della residenza alpina Campiglio Plaza, con stimoli visivi 3D, tattili, sonori e degustativi – trasforma questa menzogna in un percorso espositivo che dura ben oltre i frenetici giorni del salone. Dal 20 aprile al 10 maggio, Optical Art, Vasarely e dintorni riporta in primo piano un movimento spesso ridotto a effetto visivo, ma che ha ancora molto da dire.

Optical Art
Inside Campiglio Plaza Sensory Preview

La lezione degli anni Sessanta

Camminare tra le opere significa entrare in un universo dove lo spettatore non è più un visitatore passivo, ma un attore necessario. Le vibrazioni metalliche di Getulio Alviani, le superfici scandite di Dadamaino, le articolazioni percettive di Alberto Biasi, le variazioni luminose e cinetiche di Julio Le Parc, le geometrie dinamiche di Antonello Arena. Ogni opera cambia a seconda di dove ti trovi, di come inclini la testa, di quanto velocemente ti sposti. Non è un esercizio di stile. È una rivoluzione del rapporto con l’arte, la fine dell’epoca dell’osservatore immobile. Qui l’opera esiste solo nell’atto di essere guardata.

E al centro di tutto, Victor Vasarely. Il maestro ungherese, francese d’adozione, che veniva dalla grafica pubblicitaria e che quindi sapeva che un’immagine ha frazioni di secondo per colpire. Così ha costruito un intero linguaggio su forme semplicicontrasti nettiripetizioni modulari. Già nel 1937, con La zebra, aveva tracciato la strada: poche linee curve bianche e nere, e il cervello fa il resto. Quasi un logo contemporaneo ante litteram. Quasi una profezia delle radici della grafica digitale di oggi. In mostra si possono vedere quattro sue tele originali, tra cui Bela del 1985 e Città – C n 1297, un lavoro che attraversa quasi un decennio di ricerche.

Il contributo italiano

Non c’è Optical Art senza il genio italianoDadamaino, nome d’arte di Edoarda Emilia Maino, è in mostra con Oggetto ottico-dinamico del 1963-1964, una struttura di piastrine metalliche, fili di nylon e legno che sembra sfidare le leggi della staticità. Accanto, due Disegni ottico-dinamici su carta dorata e cartoncino, e un Rilievo in tasselli di legno verniciato che gioca con pieni e vuoti.

Getulio Alviani, presente con Superficie a testura vibratileCromo spettrologia e Superficie a testura vibrativa, è stato uno dei protagonisti della storica mostra The Responsive Eye al Moma di New York nel 1965, l’evento che consacrò l’Op Art sulla scena mondiale. Le sue superfici catturano la luce e la restituiscono frammentata, costringendo lo sguardo a una continua riregolazione.

E poi Alberto Biasi, maestro nell’integrare gli aspetti cinetici con la psicologia della Gestalt: la sua Robot One… quel che Alice chiama robottone del 2006 dimostra come l’artista padovano abbia portato avanti quelle ricerche per decenni. Per Biasi, la distinzione tra “osservatore” e “spettatore” è cruciale: il primo guarda dalla stessa posizione dell’autore, il secondo si muove e scopre angoli inediti.

Non solo loro. Completano il quadro italiano anche Antonello Arena, che negli anni Settanta mixò l’optical con il pop anticipando tendenze molto popolari oggi, e Antonio Scaccabarozzi, le cui ricerche modulari degli stessi anni indagavano le ripetizioni geometriche e i rapporti tra pieni e vuoti.

Evento Roseto e Jarvés

Un’attualità nascosta

Proprio questa è la scommessa della mostra: mostrare come l’Optical Art non sia un cadavere museale, ma un linguaggio per il nostro presente. Questo movimento, a oltre sessant’anni dalla sua nascita, ha trovato una seconda giovinezza nel mondo digitale, influenzando i pattern interattivi di app e siti web. La sua natura modulare e seriale si adatta perfettamente all’estetica che oggi distingue i parametri grafici del digitale.

La mostra mette anche in luce il legame profondo con la società dei consumi degli anni Sessanta, la stessa che generava la Pop Art. Da un lato Warhol e Schifano rendevano iconici i marchi di largo consumo. Dall’altro, Vasarely e i suoi eredi coltivavano le stesse percezioni visive della pubblicità: l’impatto prima del messaggio, la forma prima del significato. Due facce della stessa medaglia.

Alla fine, l’Optical Art non vuole disorientare. Vuole mostrare che il disorientamento è la condizione naturale di chi guarda. E che l’arte, quando funziona, non ti dice cosa vedere. Ti insegna come si fa.