Quando la materia impara a sentire: QoT alla 5VIE Design Week 2026

Cosa succede quando un oggetto smette di essere solo funzionale e diventa un frammento di coscienza? A Milano, durante la Design Week, alcuni artisti trasformano materia e gesto in esperienze che non si possono spiegare, ma solo abitare

C’è una vibrazione che ogni cosa lascia in chi la incontra. Non si misura, non si descrive. Eppure, è l’unica ragione per cui un oggetto diventa qualcosa di più di sé. È il regno dei Qualia e la 5VIE Design Week ne ha fatto il proprio manifesto.

Il titolo di quest’anno, QoT – Qualia of Things, è una dichiarazione di intenti netta: opporsi all’Internet of Things (IoT) restituendo centralità all’esperienza soggettiva. Non oggetti che comunicano tra loro, ma oggetti che parlano a noi, alla nostra memoria, al nostro corpo. Ciò che conta non è l’oggetto in sé, ma ciò che risveglia in chi lo incontra: la vibrazione che trattiene, il sentimento che genera, la scia invisibile che si deposita nella coscienza.

Nel cuore storico di Milano, tra le Cavallerizze del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia e le vie del distretto, decine di artisti e designer internazionali danno forma a questa visione. Ognuno con la propria materia, il proprio gesto, la propria voce. Il programma è fittissimo, e ogni cortile, ogni spazio nascosto custodisce incontri inaspettati. Abbiamo scelto di raccontare quattro voci particolarmente rappresentative dello spirito di QoT.

Giuditta Vettese – La fiamma che non brucia

Alle Cavallerizze si trova un altare domestico. È una grande forma concava in ceramica smaltata, di circa 80 centimetri di diametro, pensata per contenere acqua. L’opera si intitola La Fiamma che non Brucia e la sua forza sta nell’ossimoro: una fiamma che non distrugge, ma che rigenera.

Giuditta Vettese attinge a simbolismi antichi – il cerchioil corpol’acqua come veicolo purificatore – e li fonde con un’esplorazione dell’eros e dell’organico. Il pezzo, unico e realizzato a mano con la maestria dei ceramisti di Faenza, non è solo scultura. Durante la settimana del Salone diventa il fulcro di brevi performance in cui i movimenti del corpo attorno all’acqua vengono tradotti in suono da sensori programmati dal compositore Jacopo Gino.

Il gesto diventa rito. L’acqua viene versata, toccata, fatta risuonare. E la fiamma, che non brucia, ci ricorda che l’energia alchemica della materia non ha bisogno di consumarsi per esistere. 

Tadeas Podracky – Before the Shape Appears 

Le lampade di Tadeas Podracky sembrano germogliare dal suolo. Scolpite in legno massello, una sospesa e due da terra, nascono da un processo manuale che segue la resistenza, la venatura e la struttura interna del materiale. La forma non viene imposta dall’alto, ma emerge gradualmente, come un germoglio che spinge dal seme.

Il titolo Before the Shape Appears coglie quell’attimo sospeso tra interno ed esterno, tra pressione e rilascio. Le lampade hanno corpi slanciati, fragili nell’aspetto ma strutturalmente saldi, e la luce non si limita a decorarle: le abita.

Accanto, Podracky presenta le sculture della serie Sorbus sudetica, dedicate a un raro albero che cresce sui monti della Boemia settentrionale. Questa specie sopravvive da quasi ventimila anni attraverso la riproduzione asessuata, esistendo come un unico individuo genetico suddiviso in circa centocinquanta cloni. Le sculture prendono le mosse dalla forma di un organo riproduttivo umano, usato come seme simbolico, da cui si sviluppano organismi ibridi con sottili dettagli insettoidi. In riferimento all’impollinazione e al trasporto di informazione genetica. Attraverso intaglio, ceratura, patinatura e infusione di pigmenti, le superfici diventano simili a ossa pallide, ancora intrise di tracce di vita. L’insieme forma un piccolo ecosistema di corpi in divenire, dove adattamento e persistenza raccontano come la memoria possa abitare la materia per millenni.

Noe Kuremoto – Jōmon: An Anthem for Mothers 

Dalla tradizione giapponese più antica arriva la voce di Noe Kuremoto. Le sue Jōmon Vessels sono reinterpretazioni contemporanee di alcune delle prime ceramiche conosciute al mondo, risalenti al periodo Jōmon (14.000–300 a.C.). Allora, quei vasi venivano usati sia in ambito domestico che rituale, spesso come oggetti di protezione. Posti accanto alle donne durante il parto, quando non esistevano medicine né medici, solo preghiera e rito.

Oggi Kuremoto, madre di quattro figli, trasforma quei vasi in talismani e tributi. Li dedica alla complessità della maternità: la bellezza e la brutalità, la lotta e la devozione, la ferocia e la gioia. In un momento storico in cui i diritti delle donne sono messi in discussione in molte parti del mondo, le sue sculture diventano un atto di resistenza gentile ma ferma.

«L’argilla ricorda. Il fuoco trasforma. Il vaso resiste», afferma l’artista. «Vedo l’arte e la genitorialità come veicoli per passare l’infinito alla prossima generazione». Le sue opere, esposte alle Cavallerizze a cura di Anna Carnick, non chiedono di essere solo guardate: chiedono di farsi testimoni silenziose di ciò che significa crescere un altro essere umano. E in questo toccano il qualia più universale: l’amore che non si spiega, ma si prova.

Armand Louis & Roberto Beltrami – L’Instabilità Necessaria

Infine, un incontro tra due mondi: il design svizzero e il vetro di MuranoArmand Louis, co-fondatore di atelier oï – studio che quest’anno ha ricevuto il Gran Premio svizzero del design, la massima onorificenza elvetica nel settore – ha deciso di prendersi un anno sabbatico per tornare alla manualità del vetro. Sull’isola ha incontrato Roberto Beltrami, uno dei più giovani maestri vetrai attivi a Murano, erede di una tradizione secolare ma profondamente attento all’innovazione e alla trasmissione del sapere.

Insieme hanno fatto una scoperta controintuitiva: un processo di ossidazione che altera il rame all’interno della massa vitrea, producendo una tonalità argentata inaspettata. Di solito, questo fenomeno viene considerato un difetto, uno scarto da eliminare. Loro, invece, lo hanno trasformato nel cuore stesso della ricerca. Ciò che agli occhi dei maestri apparirebbe come un’anomalia, sotto uno sguardo disposto a lasciarsi sorprendere diventa fonte di ispirazione.

Il progetto, intitolato L’Instabilità Necessaria, è esposto sia alle Cavallerizze sia in una selezione più ampia alla Galleria Rossana Orlandi. Non è solo una serie di oggetti in vetro: è una filosofia. Accettare che la forma non preesista all’atto del fare, ma emerga da un dialogo silenzioso tra intenzione e resistenza. Forse è così che il sapere tramandato da secoli si rinnova. Non attraverso la ripetizione fedele, ma attraverso uno sguardo che lo mette di nuovo in gioco, varcando la soglia dell’instabilità per entrare in un territorio che la sola maestria non potrebbe mai rivelare.

In un mondo che cerca controllo e prevedibilità, Louis e Beltrami celebrano l’instabilità come principio fondativo. E in questo, forse, sono i più fedeli interpreti dei Qualia: perché l’esperienza soggettiva, per sua natura, è sempre instabile, sempre unica, sempre necessaria.

Un distretto da attraversare con gli occhi aperti

Accanto a loro, decine di altri progetti punteggiano il distretto 5VIE. C’è Marco Guazzini con Resonance, un paesaggio metafisico di tubolari continui dove materia e colore diventano linguaggio aperto. C’è Studio mo man tai che trasforma striscioni pubblicitari in portali colorati all’ingresso delle Cavallerizze, restituendo dignità tattile a superfici nate per essere solo guardate. C’è Sara Ricciardi con ALMA WATER, la stanza del mare che diventa strumento collettivo fatto di tamburi e onde sonore. E poi Richard YasmineDenny CandottoElizabeth Lewis, il progetto Liquid Rituals, le installazioni di OOCCA sull’anatomia del mobile, la ricerca di Ryota Yokozeki sul passaggio dal piano al volume, e ancora Guatemala Designs by HandAlagoas Plural, le edizioni di tappeti scultorei di Atelier Bovy C.D., fino alle incursioni nel distretto di Accademia di BreraCasaornellaGiopato & CoombesRIANNA+NINA e molti altri.

Ognuno, a suo modo, risponde alla stessa domanda: come può un oggetto restituirci il senso del sentire? Non c’è una risposta unica. Per questo 5VIE non è una mostra, ma un’esperienza diffusa. Un invito a perdersi lasciando che sia il proprio sguardo, e nessun algoritmo, a decidere cosa risuona.