Presentato nella sezione Fuori Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il film Orfeo di Virgilio Villoresi si ispira al romanzo Poema a fumetti di Dino Buzzati, la prima graphic novel italiana che già nel 1969 reinterpretava il mito di Orfeo ed Euridice in chiave moderna. Il regista raccoglie quell’eredità trasformandola in immagini visionarie e sperimentali, raccontando: «Ho voluto realizzarlo pensando al cinema come a un luogo dei sogni, in cui lo spettatore inizi un viaggio onirico. […] Rispetto a una narrazione tradizionale, ho scelto un ritmo che seguisse la logica instabile del sogno».

Orfeo di Virgilio Villoresi: il mito rivisitato tra amore, perdita e visione
La storia segue Orfeo (interpretato da Luca Vergoni) pianista solitario che, durante una sera al Polypus, incontra lo sguardo magnetico di Eura (Giulia Maenza). Tra i due nasce un amore assoluto, ma la giovane custodisce un segreto che presto la allontana. Nel tentativo di ritrovarla, Orfeo attraversa una porta misteriosa che lo introduce in un aldilà visionario, popolato da figure enigmatiche come l’Uomo Verde (Vinicio Marchioni), le Melusine, il Mago dei Boschi e parate di scheletri. Attraverso questo universo, Orfeo si misura con il mistero della perdita e con la forza che lo spinge a non smettere di cercare. Il regista ricostruisce infatti un cinema che non offre risposte, ma invita lo spettatore a sostare nell’ambiguità.
In questo spazio, sospeso tra vita e morte, emerge la figura di Eura, una ragazza enigmatica e vulnerabile, eco interiore di un legame che sfida il tempo. Per restituire la complessità di questo personaggio, abbiamo incontrato Giulia Maenza, che ha condiviso la sua esperienza sul set a fianco del regista Virgilio Villoresi.

«Oggi è complicato trovare persone che, a livello artistico, abbiano il coraggio di esporsi, voglia di sperimentare, e di portare sullo schermo qualcosa di mai visto»
In che momento della tua carriera è arrivata la chiamata di Virgilio Villoresi?
Virgilio mi ha contattato tre anni e mezzo fa per presentarmi il progetto di Orfeo e Eura, il mio personaggio, e conoscevo già alcuni suoi lavori precedenti e dell’utilizzo delle sue tecniche un po’ sperimentali. La sua chiamata è arrivata in un momento in cui avevo appena iniziato a lavorare nel mondo del cinema, avevo fatto ancora poco e, quando mi proposero questo film, pensai subito che sarebbe stato qualcosa di nuovo e importante anche per il cinema italiano.
Oggi è complicato trovare persone che, a livello artistico, abbiano il coraggio di esporsi, voglia di sperimentare, e di portare sullo schermo qualcosa di mai visto. Così mi presentò Eura, e io mi innamorai di lei e di Orfeo, e feci di tutto per ottenere il ruolo.
In Orfeo interpreti Eura. Cosa ti ha colpito maggiormente di questo personaggio, e quali aspetti del tuo carattere hai riscontrato essere in comune?
Di Eura mi ha colpito soprattutto il modo in cui affronta il suo dolore interiore, questo segreto nascosto e misterioso che porta dentro di sé e, al tempo stesso, la sua voglia di vivere gli ultimi giorni con grande passione e amore per Orfeo, senza mai spegnere l’entusiasmo. Non so cosa abbiamo davvero in comune, forse il fatto di tenere dentro le cose più difficili, quelle un po’ brutte, ma credo che in fondo tutti tendiamo a mostrare agli altri solo ciò che è più semplice da condividere, cercando di nascondere la nostra fragilità o sensibilità.

«Ho sempre percepito Eura come un personaggio sfuggente: quando la guardi, sembra presente, ma con lo sguardo rivolto altrove»
La danza è parte essenziale della natura di Eura. Quanto è stato importante lavorare sul corpo e sulla gestualità per restituire un’interpretazione il quanto più fedele possibile?
Ho lavorato molto sul corpo per avvicinarmi ai movimenti leggeri e sofisticati di Eura. Nel film ho due scene di danza: una di danza classica e una di cha-cha improvvisata. Ma il lavoro sul corpo è andato oltre: mi sono concentrata anche sul portamento, cercando di dare quella gestualità tipica di una ballerina classica. Per questo ho deciso di seguire dei corsi e prendere lezioni con un’insegnante di danza, scoprendo un mondo che non avevo mai esplorato prima e che mi ha appassionato moltissimo.
Successivamente, per l’unica scena di danza classica presente nel film, abbiamo studiato una coreografia ispirata a un video della madre di Virgilio, una ballerina che ha danzato nel Lago dei Cigni. Abbiamo estrapolato i passi da quel video e li abbiamo uniti con quelli preparati per Eura, costruendo una coreografia insieme a un corpo di ballo e a Letizia Giuliani. Per questo, il movimento e il corpo sono diventati aspetti fondamentali per rendere Eura viva sullo schermo.
La condizione di Eura sembra richiamare l’idea del canto del cigno, vivendo intensamente la propria vita prima che il male prenda il sopravvento. Come questa dimensione tragica – ma al contempo poetica – ha guidato/ispirato la costruzione del tuo ruolo?
Anche se il film è ispirato ai fumetti di Dino Buzzati, ho voluto fare una ricerca più profonda, soffermandomi non solo sul mito di Orfeo ed Euridice, in particolare sulla figura di Eura, ma anche sulla letteratura e sull’arte, osservando dipinti e opere che potessero ispirarmi. Ho sempre percepito Eura come un personaggio sfuggente: quando la guardi, sembra presente, ma con lo sguardo rivolto altrove. Mi sono concentrata molto su quella profondità misteriosa che la caratterizza. Alla fine, questo film è un grande dramma, quindi il mio lavoro è stato quello di donarle leggerezza per contrastare la verità dolorosa che nasconde dentro di sé.

«Ho dovuto affidarmi completamente alla fantasia. E così anche con molti altri personaggi immaginari. Dietro questo progetto ci sono due anni e mezzo di lavoro»
Il regista ha scelto di ricostruire tutto il film in studio, girandolo in pellicola 16mm. Che effetto ti ha fatto recitare in un universo così distante da un set invece più tradizionale?
Non ero molto familiare con tecniche registiche come la stop-motion o l’effetto Schüfftan, che Virgilio ha scelto di utilizzare. Persino girare in pellicola 16 mm è stata per me un’emozione incredibile: richiede precisione perché la pellicola è preziosa e non va sprecata. Quando ho saputo che avrei partecipato a questa avventura, mi sono emozionata tantissimo. Ho osservato con curiosità il set, i movimenti, Virgilio e il team di ragazzi che lo hanno aiutato. Il film è come una danza, artistica e creativa: Virgilio e la troupe sono veri artigiani, ogni dettaglio era studiato con cura.
Nulla è digitale, se non la post-produzione del colore. Virgilio mi raccontava che a volte si riuscivano a girare anche solo quattro o cinque secondi al giorno. La parte più interessante è stata interagire con personaggi inesistenti: ad esempio nella scena della lotta con il ragno gigante, io avevo davanti solo delle zampe, tutto il resto sarebbe stato ricreato in stop motion. Ho dovuto affidarmi completamente alla fantasia. E così anche con molti altri personaggi immaginari. Dietro questo progetto ci sono due anni e mezzo di lavoro, per dedicarsi a un film così bisogna davvero amarlo.
Hai preso parte a diversi progetti, dalle serie alla commedia, dal cinema a un’opera invece più sperimentale come Orfeo. Esiste un fil rouge che lega queste tue esperienze, o preferisci esplorare “terreni” sempre nuovi?
Spaziare da una commedia a un dramma, da un thriller a un film quasi inclassificabile, tra fantastico e horror è una scelta che nasce soprattutto dalla passione che mi trasmette il regista quando mi parla di un progetto, ma anche dalla mia curiosità di mettermi alla prova e sfidare me stessa.

«È un film che va mostrato e spiegato proprio perché apre uno sguardo su un mondo diverso da quello digitale, il mondo del lavoro manuale e creativo»
Pensi che Eura, con la sua intensità emotiva, possa parlare anche alle sensibilità delle nuove generazioni?
Spero che il film sappia parlare soprattutto alle nuove generazioni, perché in Italia non vedevo un’opera simile da molto tempo. Ha riferimenti agli anni ’30 e ’40, e credo sia bello constatare come, nonostante l’avanzata dell’intelligenza artificiale e della tecnologia, ci siano ancora persone che amano costruire le cose artigianalmente, con le proprie mani. Penso che un giorno saremo nostalgici di tutto questo. È un film che va mostrato e spiegato proprio perché apre uno sguardo su un mondo diverso da quello digitale, il mondo del lavoro manuale e creativo.
Dopo Orfeo, quale ruolo da attrice protagonista ti piacerebbe interpretare nel tuo prossimo futuro?
Avendo già assaporato con Orfeo il cinema di genere, e considerandomi una grande fan, mi piacerebbe continuare a cimentarmi anche fisicamente, magari in un film di fantascienza. So che sono progetti complessi da realizzare, e che in Italia se ne producono pochissimi. Ma spero che ciò che abbiamo portato a Venezia quest’anno possa spingere il cinema italiano a riscoprire lo spirito degli anni Settanta e Ottanta, quando registi come Dario Argento o Mario Bava sperimentavano e si divertivano nel creare storie paranormali.