“Orphan” di László Nemes a Venezia 82. L’eredità della guerra come cicatrice

Tra memorie familiari e ferite storiche, il nuovo film del regista ungherese punta ad interrogare padri, figli e i fantasmi del Novecento

Alcune storie non appartengono soltanto a chi le vive, ma ad intere generazioni che ne raccolgono le ombre. Con Orphan, presentato In Concorso alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il regista László Nemes decide di affronta il complicato tema dell’eredità familiare: ciò che i padri non hanno saputo – o potuto – elaborare, e che ricade irrimediabilmente sui figli. Ambientato a Budapest nel 1957, il film prende avvio dopo la rivolta contro il regime comunista, quando ancora il silenzio della guerra e della dittatura riaffiora nei legami più intimi.

Orphan di László Nemes: una ferita chiamata padre

Il protagonista del racconto è Andor (interpretato da Bojtorján Barabás), un ragazzo ebreo cresciuto dalla madre Klára. Di suo padre conosce soltanto il mito: un uomo defunto, trasfigurato dal racconto materno in figura nobile e idealizzata. Ma l’irruzione di uno sconosciuto nelle vesti di padre biologico – rivelando tratti brutali e contraddittori – disgrega quella immagine rassicurante costruita nel tempo.

Per Andor si apre così un cammino di riconciliazione con l’ambiguità. Il padre non è più solo un ricordo da venerare, ma un corpo presente, imperfetto e persino minaccioso. «Il film racconta la storia di un bambino che deve affrontare un padre che non è quello che credeva di avere – ha spiegato il regista – In un certo senso deve accettare che quest’uomo fa parte di lui. Bisogna riconciliare il bene e il male che sono in conflitto dentro di noi».

Orphan Venezia 82
Orphan, gli attori Sándor Soma and Grégory Gadebois. Credit: La Biennale di Venezia

Il conflitto familiare si estende dunque all’intero tessuto sociale: i superstiti della guerra, i segreti taciuti, le scelte di madri costrette a proteggere i propri figli attraverso delle menzogne. Ed è qui che la vicenda personale si intreccia con la storia collettiva: «Ho sempre avuto un timore profondo nel dare vita a questa storia ha raccontato László – perché era legata in modo diretto alla mia famiglia. […] Poiché riguardava tanto le mie origini quanto quelle di mio padre, sapevo che avrebbe avuto una risonanza fondamentale».

La guerra è una forza che perseguita

Nel film Orphan, la guerra non è un ricordo lontano ma una presenza che continua a filtrare nelle parole, nei gesti e nelle relazioni. «Ci sono adulti che sono stati profondamente traumatizzati dalla guerra e hanno riversato i loro traumi, e l’impossibilità di affrontarli, sui propri figli in modi che risuonano ancora oggi. […] La guerra è ancora una forza che ci perseguita», ha commentato il regista. In questo senso, Andor non è soltanto un bambino smarrito in un triangolo familiare, ma l’emblema di una generazione intrappolata fra silenzi e retaggi. L’Olocausto, il regime comunista e le rivolte represse si intrecciano così in una trama in cui le ferite non si rimarginano, ma continuano a pulsare.

Il regista avverte: «I tormenti della storia possono trasformarci in mostri, ma la domanda è se possiamo affrontarli o se ci abbandoniamo all’abisso». Raccontare diventa allora un dovere etico prima che estetico: «Devono essere raccontate senza sosta, e se falliamo nel farlo non affrontiamo le nostre ombre. Se non affrontiamo le nostre ombre e il nostro passato, finiremo all’inferno». La scelta formale di girare in pellicola, con la consueta disciplina visiva condivisa con Mátyás Erdély, amplifica questa urgenza. Ogni inquadratura, infatti, possiede il peso del tempo e della memoria, rifiutando l’evanescenza del digitale per farsi carico della gravità della storia.

Orphan Venezia 82
Bojtorján Barábas in Orphan. Credit: La Biennale di Venezia

Il film Orphan presentato a Venezia 82 si configura come un film intimo e al tempo stesso politico, una storia che diventa riflessione sulla trasmissione dei traumi e sull’impossibilità di liberarsi da ciò che resta di non detto. La voce del regista sceglie infatti di ispirarsi al passato non per nostalgia, ma come atto necessario per allontanare l’abisso del male.