Planet Opal presenta “Indigo Skies” e “Montagne a Colori”, i nuovi singoli che anticipano l’album

Un incontro esplosivo di sonorità elettroniche, groove ipnotici e sperimentazioni audaci. In attesa di pubblicare il tanto atteso secondo album "Recreate Patterns, Release Energy", il duo musicale presenta i nuovi singoli "Indigo Skies" e "Montagne A Colori"

Un incontro esplosivo di sonorità elettroniche, groove ipnotici e sperimentazioni audaci. Fondato nel 2018 da Giorgio Assi (produttore, sintetizzatori e voce) e Leonardo De Franceschi (batteria), Planet Opal ha creato un’identità musicale unica, che unisce l’intensità ritmica del krautrock, la frenesia del dance-punk e la profondità dell’elettronica più avanguardista. Dopo l’album di debutto Cartalavonu (2021), il duo ha rapidamente guadagnato attenzione in Italia e all’estero, esibendosi in festival prestigiosi come il MENT di Ljubljana e il Mondo Festival di New York. Nel 2025, il duo si prepara a pubblicare il tanto atteso secondo album Recreate Patterns, Release Energy, con un suono che continua a evolversi e ad esplorare la rottura delle convenzioni musicali. Il primo singolo estratto, I’ve Heard Brian Eno in the McDonald’s Fridge, ha già attirato l’attenzione internazionale, con anteprime su canali come la BBC.

Il 4 aprile sono stati resi disponibili all’ascolto i singoli Indigo Skies e Montagne A Colori, due brani che spingono ulteriormente il loro approccio musicale. Se Indigo Skies esplora la tematica dell’accettazione della malattia attraverso un crescendo emotivo e sonoro, Montagne A Colori prende invece ispirazione da un viaggio in Brasile per creare un paesaggio sonoro psichedelico e onirico. «È un modo per aprire una finestra sul nuovo materiale prima dell’uscita ufficiale – hanno spiegato – lasciando intravedere sfumature diverse del nostro suono». Questi due brani confermano ancora una volta la capacità del duo di mescolare emozioni profonde con un’elettronica sperimentale, segnando un altro capitolo importante nel loro percorso.

Planet Opal
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«Anche nei ruoli non ci sono confini troppo rigidi […]. C’è un continuo scambio, ma con un equilibrio naturale»

Siete un duo musicale con ruoli ben definiti (producer e batterista). Come lavorate insieme? Esistono delle dinamiche o momenti in cui i vostri ruoli si sovrappongono?

Non abbiamo un metodo unico di scrittura: ogni brano prende vita da un input diverso, a seconda del punto di partenza. Alcuni nascono in modo più tradizionale, come canzoni scritte con una chitarra o sviluppate a partire da un giro di synth. Altri emergono direttamente dalla sala prove, frutto di jam session in cui il dialogo tra batteria e produzione elettronica si sviluppa in tempo reale. Poi ci sono quelli che partono da un’idea ritmica pura, un pattern di batteria che diventa il motore attorno a cui costruiamo il resto.

Anche nei ruoli non ci sono confini troppo rigidi: la batteria può suggerire strutture o suoni che poi vengono elaborati nella produzione, così come i sintetizzatori e gli arrangiamenti elettronici possono influenzare il drumming e spingere verso nuove soluzioni ritmiche. C’è un continuo scambio, ma con un equilibrio naturale — Gio rimane il produttore artistico del progetto, quindi il lavoro sul suono e sulla forma finale dei brani passa sempre attraverso la sua visione. Questo ci permette di sperimentare liberamente, mantenendo però una direzione chiara.

La fusione di suoni elettronici sperimentali con il dance-punk è al cuore del vostro stile. Quanto il contesto culturale e musicale in cui siete cresciuti ha influenzato il vostro approccio compositivo?

L’attitudine per un certo spirito punk sgangherato ce la portiamo dietro da percorsi diversi. Da un lato, c’è l’influenza della città in cui siamo cresciuti, ma ancora di più quella delle band con cui abbiamo suonato e della musica che ci ha segnati da adolescenti. Quando abbiamo iniziato a suonare insieme nei nostri primi progetti, è scattato un cortocircuito: per uno di noi, il mondo dell’elettronica era ancora un territorio inesplorato, mentre per l’altro rappresentava già un linguaggio familiare. Da lì è nato un processo di scambio naturale, in cui background e attitudini apparentemente distanti hanno iniziato a contaminarsi a vicenda. Questo incontro ha spalancato nuove prospettive, portandoci a studiare e sperimentare con sonorità che un tempo non avremmo nemmeno considerato, fino a trovare un punto d’equilibrio tutto nostro.

Planet Opal
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«Musicalmente, il brano riflette questo contrasto: un basso testardo, una batteria che inciampa ma non si ferma, un groove sgangherato che avanza senza chiedere permesso»

Nel corso della vostra carriera, avete condiviso il palco con artisti come Cosmo, Pendulum, e Niños du Brasil. Quali sono le influenze che queste collaborazioni apportano al vostro lavoro, e come arricchiscono la vostra visione artistica?

Condividere palchi con artisti come Cosmo, Pendulum e Niños du Brasil è stato un arricchimento per la nostra musica, sia dal punto di vista creativo che umano. Con Cosmo, ad esempio, abbiamo avuto la possibilità non solo di condividere il palco, ma anche di passare delle serate insieme nel backstage, a parlare e divertirci. È stato un incontro autentico, un’esperienza che ci ha permesso di capire meglio la sua visione musicale e come la sua creatività si esprima in modo tanto naturale e spontaneo. Questo tipo di connessione diretta ci ha sicuramente influenzato, facendoci apprezzare ancora di più l’importanza dell’interazione e della condivisione nella musica.

Durante il dj set dei Pendulum, invece, abbiamo potuto esplorare come l’energia della musica elettronica possa trasformarsi in qualcosa di esplosivo dal vivo, mentre con Niños du Brasil l’incontro con sonorità tradizionali e percussioni ci ha fatto riflettere su come integrare nuovi ritmi nelle nostre composizioni. Ogni incontro diciamo che ci ha fatto guardare un po’ oltre i nostri confini, arricchendo la nostra visione artistica e spingendoci a sperimentare nuove direzioni.

Parliamo del brano I’ve Heard Brian Eno in the McDonald’s Fridge”. Come nasce l’idea di un titolo tanto provocatorio/giocoso, e quale invece il suo messaggio?

Il titolo nasce da un episodio reale, surreale al punto giusto: mentre lavorava da McDonald’s, Giorgio ha notato che il motore del frigo del tempering produceva un suono incredibilmente simile al drone di Thursday Afternoon di Brian Eno. Un dettaglio minimo, quasi insignificante, che però, nel caos della cucina, diventava una sorta di punto di fuga, un attimo di respiro in mezzo alla frenesia. Questa scena è finita nel testo in modo asciutto e ripetitivo, senza spiegazioni, come un pensiero ossessivo che ti rimbalza in testa.

Musicalmente, il brano riflette questo contrasto: un basso testardo, una batteria che inciampa ma non si ferma, un groove sgangherato che avanza senza chiedere permesso. È un punk storto, spinto in avanti dal ritmo e dal suono stesso più che da una narrazione esplicita. Il significato? Sta tutto lì, in quella frase apparentemente assurda ma stranamente evocativa — un’immagine che lascia spazio all’interpretazione, proprio come quel drone nel frigo.

Planet Opal
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«Noi guardiamo al nostro, senza troppe etichette. Ovviamente siamo influenzati dal mondo esterno, ma il nostro obiettivo più grande come artisti è trovare un’identità sonora che ci appartenga »

Nel panorama musicale contemporaneo, vi definite parte di un movimento sperimentale oppure sentite di aver intrapreso un percorso artistico personale e originale? 

Non ci sentiamo parte di un movimento sperimentale o avanguardistico, anche se spesso veniamo definiti così. Certo, se sperimentale significa semplicemente non aderire a formule già codificate, allora possiamo starci, ma basterebbe farvi ascoltare un disco di Venetian Snares per mettere davvero le cose in prospettiva. Noi guardiamo al nostro, senza troppe etichette. Ovviamente siamo influenzati dal mondo esterno, ma il nostro obiettivo più grande come artisti è trovare un’identità sonora che ci appartenga davvero e portarla avanti in modo personale e riconoscibile. Più che inserirci in una scena, ci interessa costruire qualcosa che suoni nostro.

C’è un approccio comune che seguite quando si tratta di scrivere una nuova canzone, oppure ogni brano nasce da un impulso creativo diverso e imprevedibile? 

Come spiegato in precedenza, non seguiamo un unico metodo di scrittura: ogni brano nasce in modo diverso, a seconda dell’ispirazione e del contesto. A volte partiamo da un’idea ritmica, altre da una melodia o da una jam session. Questo approccio libero e spontaneo ci permette di esplorare sempre nuove direzioni creative, senza vincolarci a uno schema fisso. Quindi sì, ogni brano è davvero imprevedibile.

Siete prossimi alla pubblicazione di due nuovi brani, Indigo Skies e Montagne A Colori. In che momento della vostra carriera arriva questo doppio release?

Questo doppio release arriva poco prima della pubblicazione del nostro secondo album, in un momento in cui sentiamo di aver affinato ancora di più il nostro linguaggio. Indigo Skies e Montagne a Colori sono due brani che rappresentano bene il percorso fatto finora e anticipano alcune delle direzioni che abbiamo esplorato nel disco. È un modo per aprire una finestra sul nuovo materiale prima dell’uscita ufficiale, lasciando intravedere sfumature diverse del nostro suono.

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«Viaggiare in un certo senso ti aiuta a tenerti mentalmente e culturalmente aperto, ti rende curioso e così anche la musica si evolve»

Indigo Skies affronta il tema dell’accettazione della malattia, trasformando questa esperienza in un dialogo interiore di consapevolezza e liberazione. Come vi siete avvicinati a questo tema, mantenendo comunque il vostro stile musicale?

Questo, come ogni brano del disco, nasce da un’esperienza reale. La malattia è una condizione universale, qualcosa con cui tutti, prima o poi, ci troviamo a fare i conti, eppure è un tema di cui si parla poco apertamente. Nella scrittura di Indigo Skies abbiamo scelto di non affrontarlo in modo diretto o narrativo, ma di astrarre certi sentimenti, trasformandoli in suono e ritmo. A volte, distaccarsi dalle parole permette di lavorare più in profondità sulle emozioni, trovando una forma espressiva che non cerca risposte ma lascia spazio alla sensazione pura. Musicalmente, il pezzo mantiene il nostro stile, con una tensione continua tra impulso ritmico e atmosfere più eteree, quasi sospese — un contrasto che rispecchia bene la natura del tema che affronta.

Il brano Montagne a Colori è ispirato a un viaggio tra paesaggi surreali brasiliani. Come la dimensione del viaggio si lega al vostro processo creativo e musicale? Durante il viaggio, quali momenti vi hanno maggiormente ispirato?

Il viaggio è un tema a noi molto caro. Già il primo disco era nato proprio da un viaggio in Corsica, in particolare a Cartalavonu, località che ha dato il titolo all’album. Viaggiare ti porta inevitabilmente a conoscere persone nuove, ad uno scambio culturale, conosci persone nuove, parli lingue diverse dalla tua, scopri paesaggi nuovi, profumi nuovi, colori nuovi. Questo inevitabilmente finisce per influenzare la nostra musica. Viaggiare in un certo senso ti aiuta a tenerti mentalmente e culturalmente aperto, ti rende curioso e così anche la musica si evolve.

Planet Opal
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«[…] continuiamo a fare quello che ci piace senza seguire le dinamiche del mercato e dei trend»

Come reagite alle etichette e alle aspettative di una scena musicale divisa tra tradizione e innovazione?

Ci giriamo dall’altra parte e continuiamo a fare quello che ci piace senza seguire le dinamiche del mercato e dei trend.

Guardando al futuro, quali sono le direzioni che vi piacerebbe esplorare? Ci sono nuovi strumenti, generi o tematiche che sentite di voler approfondire?

Abbiamo già troppe cose da fare nel presente per pensare al futuro. Quello che vorremo fare in futuro lo scopriremo solo quando sarà il momento.

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