Classe 1997, romana, Romana Maggiora Vergano ha costruito con costanza e precisione un percorso che unisce formazione solida e scelte artistiche coerenti. Diplomata alla Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté, ha mosso i primi passi tra televisione e teatro prima di approdare al cinema d’autore, attraversando i set di registi come Paolo Virzì, Paola Cortellesi e Francesca Comencini. Negli ultimi anni è stata tra le protagoniste di opere che hanno lasciato il segno: da C’è ancora domani, per cui ha ottenuto un Nastro d’Argento e una candidatura ai David, a Il tempo che ci vuole, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e premiato con il Pasinetti, fino al recente riconoscimento come Migliore attrice protagonista ai Nastri d’Argento e al Premio Flaiano.
Quest’anno è tornata al Lido con La valle dei sorrisi, film di Paolo Strippoli che mescola dramma, thriller e suggestioni folk horror. Un progetto che le ha imposto di sospendere la razionalità per calarsi in un mondo sospeso, governato da rituali collettivi e segnato da una tragedia. Nell’intervista racconta come sia partita dalla solitudine del suo personaggio per costruire il legame con la comunità di Remis, come i paesaggi del Friuli abbiano contribuito ad astrarla dalla realtà, e quanto le esperienze recenti le abbiano dato il coraggio di rischiare.
Nel dialogo emerge anche la sua volontà di mantenere libertà di movimento tra cinema, teatro e serialità, l’idea della moda come strumento di espressione e di riconciliazione con il corpo, e il desiderio di misurarsi in futuro con una commedia romantica o con un ruolo sportivo, attratta dalla disciplina e dalla resilienza delle atlete. Un percorso che rivela la sua attitudine curiosa, disciplinata e sempre più audace — e che a Venezia82 ha confermato una voce ormai centrale nella nuova scena del cinema italiano.

Intervista all’attrice Romana Maggiora Vergano, tra i protagonisti di La Valle dei Sorrisi
Sei a Venezia per la terza volta consecutiva: come vivi oggi questo ritorno al Lido e che cosa significa per te ritrovarti ancora una volta in un contesto così prestigioso?
E’ un grande privilegio, soprattutto se hai la possibilità di fermarti un po’ di più e goderti i film anche da spettatrice. Quest’anno sono stata entusiasta all’idea di partecipare con due progetti d’autore così diversi tra loro; eppure entrambi, per un motivo o per un altro, molto coraggiosi.
La valle dei sorrisi unisce dramma, thriller e suggestioni folk horror. Come ti sei avvicinata a un racconto che mescola generi così diversi?
Senza farmi troppe domande, perché ho capito subito che a molte non avrei trovato risposte. Ci veniva chiesta una “sospensione della credibilità” come dice spesso Riondino. E’ stato lo sforzo maggiore per me, che fino ad oggi nel lavoro di interpretazione mi sono molto appoggiata alla concretezza della realtà. Forse è stata proprio questa commistione di generi a convincermi che potevo dare il mio contributo e fare un buon lavoro anche da non amante nell’horror. Mi sono concentrata sui legami, familiari e sentimentali, con cui potevo empatizzare. Quelli sono piuttosto ordinari, sono il contesto e l’evoluzione narrativa ad essere surreali e quindi straordinari.

«Michela è all’apparenza solare e risolta, ma resta comunque una giovane donna sola, ingabbiata in un presente che forse non avrebbe scelto.»
Remis, la comunità in cui è ambientato il film, vive di un rituale collettivo per liberarsi dal dolore. Qual è stata per te la chiave emotiva per entrare in questa realtà sospesa e costruire il legame con il tuo personaggio?
E’ una storia con cui non è scontato entrare in connessione nell’immediato, per cui prima ancora di chiedermi perché il mio personaggio fa quello che fa, avevo bisogno di trovare un elemento concreto e semplice con cui empatizzare. L’ho trovato nella sua solitudine. Michela è all’apparenza solare e risolta, ma resta comunque una giovane donna sola, ingabbiata in un presente che forse non avrebbe scelto. Il dramma che vive e che la muove quotidianamente, oltre allo sconvolgente disastro ferroviario che ha segnato l’intera comunità, è proprio la solitudine, l’isolamento: il mondo fuori da Remis le è precluso. In questo modo è stato semplice per me giustificare il fascino immediato che prova nei confronti di un forestiero, così come il legame indissolubile con Matteo, l’angelo che la tiene ancorata lì e il motivo per cui sopravvive. Il senso di tutta la sua esistenza.
Il paesaggio montano e le location del Friuli-Venezia Giulia sono parte integrante della storia. Quanto hanno influito sul tuo modo di interpretare e sentire il film?
Devo dire che l’atmosfera è stata determinante. Il Friuli è un territorio meraviglioso e ricco di sorprese naturalistiche. Svegliarmi tutti i giorni con la nebbia fitta, dalla quale si stagliavano solo le cime aguzze degli abeti e le vette innevate delle montagne, ha certamente contribuito ad astrarmi dalla realtà che mi è familiare e a costruire l’immaginario di questo paesino isolato, freddo, a suo modo accogliente ma allo stesso tempo imprevedibile.

«Di Paola Cortellesi e di Francesca Comencini tengo sempre in tasca dell’una la gentilezza e dell’altra l’audacia.»
Dopo esperienze come C’è ancora domani e Il tempo che ci vuole, che ti hanno regalato premi e riconoscimenti, cosa hai portato con te sul set di questo film?
Sicuramente la voglia di mettermi in gioco. Nei due progetti che hai citato mi sono sentita valorizzata e protetta, ma soprattutto rappresentata. Hanno come creato un cuscinetto su cui non mi sono voluta adagiare ma che ho capito avrei potuto usare come paracadute. Intendo dire che ho sentito che potevo fare un salto nel vuoto e giocare con qualcosa che non mi è comoda, forte anche delle esperienze precedenti che mi hanno fatta conoscere sia all’industria che al pubblico. Di Paola Cortellesi e di Francesca Comencini, poi, tengo sempre in tasca dell’una la gentilezza e dell’altra l’audacia.
Guardando indietro ai tuoi primi passi tra serie TV e teatro, c’è un momento che consideri una vera svolta nel tuo percorso?
Sicuramente l’ingresso alla Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté e di conseguenza i progetti che mi è capitato di dover rifiutare per riuscire a diplomarmi in questa accademia. La scelta che ho fatto insieme alla mia agente di dare priorità alla formazione, di tenere a bada la smania del set, la considero una svolta. Questo ha fatto anche sì che poi i progetti con cui sono uscita sono assolutamente coerenti con il tipo di cinema che mi piace guardare. Per farla breve, non ci siamo accontentate. Ma in ogni caso, per il tipo di artista e di persona che sono, sentivo l’esigenza di confrontarmi prima con un gruppo e di costruire un bagaglio formativo che mi facesse arrivare pronta al famoso “treno che passa su cui devi salire”.
Hai lavorato con registi molto diversi tra loro, da Paola Cortellesi a Francesca Comencini, fino a Paolo Strippoli. Come cambia il tuo approccio quando ti trovi davanti a visioni così differenti?
Non so dirti cosa cambia, il percorso è sempre diverso ed è la sceneggiatura, più che il regista, ad indicarmi una certa strada. La mia attitudine al lavoro invece resta sempre la stessa. Ascolto, curiosità e disciplina. Ultimamente mi torna utile anche un pizzico di insolenza. Mi alleggerisce, mi sporca un po’ e tiene vivo lo stupore.

«Vorrei sperimentare tutto finché mi reggo in piedi. Esplorare i generi, le forme, gli autori, i luoghi più disparati.»
Cinema, teatro e serialità televisiva: quanto è importante per te non rinchiuderti in un unico formato e mantenere questa libertà di movimento?
Fondamentale. Vorrei sperimentare tutto finché mi reggo in piedi. Esplorare i generi, le forme, gli autori, i luoghi più disparati. Trovo che sia molto utile anche per il percorso più intimo della conoscenza di sé: capire cosa ti piace o non ti piace, cosa ti mette scomodo e ti sfida, e cosa invece ti è più affine e ti da pace. C’è un tempo per tutto, credo. E’ un viaggio meraviglioso e trovo che sia un privilegio per un’ attrice emergente poter passare dal film d’autore alla serie Netflix, in un industria in cui spesso gli interpreti vengono categorizzati.
Il red carpet di Venezia è anche un momento di stile. Che rapporto hai con la moda e come pensi dialoghi con il tuo mestiere di attrice?
Il mio rapporto con la moda è nato da poco. Più che altro ho imparato ad usarla come uno strumento per vincere delle battaglie con il mio corpo che porto avanti dall’adolescenza. Non sono mai stata “di tendenza”, per cui il mio modo di vestire è stato per tanto tempo il riflesso della mia attitudine a voler passare inosservata. Tendevo magari a concentrarmi sul viso con un po’ di trucco, essendo l’unica parte di me che non detestavo. Per il resto, non sapevo valorizzarmi. Quindi spesso indossavo vestiti larghi e spenti, tutti uguali. Oggi al contrario mi trucco poco e ho uno stile vario, in base alla mia personalità della giornata e all’occasione. La moda è da sempre e in continuo dialogo con il cinema. Basti pensare che dei personaggi più iconici della storia del cinema, ci ricordiamo perfettamente come sono vestiti. Spesso il “corpo” del personaggio lo fa proprio l’abito, l’accessorio. Mi piace onorare questa connessione scegliendo sempre per i red carpet dei miei film un dettaglio che porta con sé l’eco del personaggio a cui ho prestato voce.
Guardando al futuro, quali storie ti piacerebbe raccontare che ancora non hai avuto occasione di esplorare?
Se parliamo di generi, mi piacerebbe divertirmi ed emozionarmi con una RomCom. In senso assoluto, però, sogno un personaggio sportivo. Invidio la disciplina, l’ambizione, la forza fisica e d’animo che dimostrano di avere la maggior parte delle atlete, oltre che una grande resilienza.
Credits
Fotografa: Roberta Krasnig
Stylist: Flavia Liberatori
Make-up Artist Iman El Feshawy Using Cotril
Hairstylist Domenica Ricciardi