Sono passati quasi due anni da Vertebre, l’EP che conteneva l’omonima canzone uscita nel 2024 e capace di stravolgere la vita di Settembre, cantautore napoletano di 26 anni. La vittoria al Festival di Sanremo 2025 nella sezione Nuove proposte ha cambiato il corso delle cose, portando il suo percorso di crescita a un nuovo livello. Archiviata la stagione di Vertebre, ora si guarda avanti: con Due settimane e la recentissima Lentiggini, il cammino verso qualcosa di più grande è già iniziato. Andrea Settembre, però, non ha fretta e sembra saper tenere a bada le ansie della music industry. Vive le cose con semplicità, alleggerisce le pressioni e mantiene uno sguardo disincantato sul proprio percorso.
Nel frattempo sono arrivate anche le prime date primaverili del 2027: il 9 marzo a Pozzuoli (NA), il 15 marzo a Roma e il 20 marzo a Milano. Da lui ci siamo fatti raccontare questi ultimi due anni e quello a cui sta lavorando nell’immediato futuro.
«Vedo la mia musica proprio così:
le canzoni sono pagine di un diario»
A distanza di un bel po’ di tempo, sei sorpreso dal successo di Vertebre e dalla sua capacità di arrivare a stimolare le persone a manifestare senza paure le proprie fragilità?
Quando scrivo cerco di raccontare quello che vivo, in relazione al mio background e alla mia età: metto in musica ciò che sento e le esperienze che attraverso. In Vertebre parlavo di cose che avevo vissuto a 22-23 anni, mentre in Lentiggini racconto esperienze più recenti. Non è tanto che le emozioni cambino, quanto il fatto che cambia la mia percezione delle cose e del modo in cui le vivo. È un processo che ho sempre seguito e che amo, e che ho portato avanti anche con Lentiggini e con tutti i brani che sto scrivendo.
Lentiggini ha una certa connessione narrativa con Vertebre?
Sono due diari personali, ma diversi. Quello in cui ho scritto Vertebre ha esaurito le sue pagine: sono passati due anni da quando l’ho scritto e nel frattempo sono cresciuto. Ora sto iniziando un nuovo diario. Vedo la mia musica proprio così: le canzoni sono pagine di un diario. Quelle di Vertebre sono ormai tutte piene, non c’è più spazio per scriverci. Il diario a cui appartiene Lentiggini, invece, è quello che sto scrivendo adesso e che sta prendendo forma poco alla volta. È naturale che ci siano una maturità e una percezione diverse, anche perché sono più grande.

«Sto imparando a trovare un equilibrio, perché è importante capire come vivere le emozioni nel modo giusto»
Il processo compositivo e di scrittura come si sono svolti?
Lentiggini ha una struttura molto semplice, sia dal punto di vista compositivo sia per quanto riguarda la produzione e l’arrangiamento. Al centro ci sono la voce e il pianoforte, accompagnati soltanto dai violini. Ho voluto dare priorità alla voce, alle parole e alla melodia, lasciando poi spazio a questi meravigliosi archi, che quasi duettano con me nel brano. Anche dal punto di vista sonoro, il pezzo si avvicina molto al pop dei primi anni Dieci, tra il 2010 e il 2012. Quando cerco di spiegare la matrice della canzone, faccio spesso riferimento ad Adele. È un brano che è rimasto fino alla fine così com’era nato.
E infatti il videoclip, esclusa la parte iniziale dove ci sono i giornali che volano via, ha uno sviluppo comunque molto statico. È stata proprio una scelta di campo precisa?
Assolutamente sì. Avevo in mente un piano sequenza con un primo piano su di me in macchina: era una scelta precisa. In questo modo mi sono anche messo alla prova nell’interpretazione della canzone. Non ero più nel mio studio a scrivere davanti al microfono, ma mi trovavo davanti a un grande obiettivo, con la consapevolezza che mi avrebbero visto tutti. Mi stavo mettendo completamente a nudo, non soltanto dal punto di vista uditivo, attraverso la musica, ma anche da quello visivo. È stata una bella sfida anche per me.
In Lentiggini si parla anche di mancanze e di sentimenti che, con il tempo, si affievoliscono. Come vivi queste situazioni? Come ti rapporti alle mancanze, soprattutto quando riguardano gli affetti e i rapporti con le persone care, e ti accorgi che, piano piano, qualcosa svanisce?
Ho un modo di vivere le cose molto intenso. Le vivo a 360 gradi, quindi avverto subito le mancanze: quando qualcuno se ne va o quando i sentimenti iniziano ad affievolirsi, me ne accorgo immediatamente e ci sto male. Non so se sia qualcosa legato al mio passato, ma sono sempre stato così, fin da bambino. Vivevo tutto intensamente, le cose belle come quelle meno belle, e questo atteggiamento me lo sono portato dietro anche nella musica. A volte riesco a vivere in modo molto intenso anche le cose più piccole. Quando un rapporto finisce, nasce un contrasto o c’è un problema, lo vivo molto male. Allo stesso modo, però, riesco a godermi fino in fondo anche le cose belle.
E questo è di grande aiuto…
Sto imparando a trovare un equilibrio, perché è importante capire come vivere le emozioni nel modo giusto. Ho cominciato a farlo proprio scrivendo Vertebre. Quando dico “Nessuno mi ha detto come si piange, come si ride alla nostra età”, mi riferisco esattamente a questo: nessuno ci ha spiegato come stare al mondo e come bilanciare tutte queste emozioni. Quando si cresce e si esce dall’adolescenza, si cerca di capire dove metterle e come gestirle.
Tu come ti vedi?
Mi immagino come un mobile pieno di cassetti, inizialmente tutti aperti, che piano piano cerco di chiudere per mettere ordine. Alcuni sono ancora aperti, pieni di cianfrusaglie e in disordine; altri, invece, sto riuscendo a sistemarli. È così che mi vedo.
Ripensando al tuo EP di otto canzoni, Vertebre (2025), non ci sono soltanto brani introspettivi e intimi: c’è anche la voglia di esplorare una strada più uptempo. È una direzione che vuoi continuare a seguire?
L’EP è stato un esperimento. Ci sono anche brani più uptempo e probabilmente ce ne saranno altri. Vedremo. Sto scrivendo e, come sempre, sarò io a fare da direttore artistico del mio progetto: capirò cosa tenere e cosa lasciare fuori, mentre il lavoro prende forma.

«Quando vado a dormire ripenso a quei momenti a Sanremo e mi addormento con il sorriso, perché ho vissuto un sogno»
Sei ancora in una fase di esplorazione, anche per quanto riguarda il suono e la direzione da prendere?
Sì, ma cerco di non interrogarmi troppo su come faccio le cose o se le faccio bene. Se comincio a ragionare eccessivamente su ogni passaggio, rischio di rendere tutto meccanico, e non mi piace. Preferisco essere spontaneo e naturale, senza impormi troppe regole o un metodo rigido durante il processo creativo.
Prima hai citato Adele. Guardando alla scena internazionale, quali sono i tuoi punti di riferimento, magari anche più recenti?
Mi piace molto Rosalía, così come Frank Ocean. Ascolto tanto anche SZA e Billie Eilish, che cito sempre perché ‘è mia madre!’(ride, nda) E poi Olivia Rodrigo.
Qualche mese fa è uscito Due settimane, un brano dal respiro molto ampio. Che valore ha avuto in quel momento del tuo percorso?
Per me è stato un nuovo inizio, una ripartenza. La copertina stessa, in un certo senso, simboleggia questo salto in avanti. Avevo voglia di ripartire e credo che Due settimanefosse il brano giusto per farlo. Sono molto contento e fiero di quella canzone. È nata all’improvviso. Non è che mi sia detto: “Adesso devo ripartire, quindi scrivo un brano per farlo”. Stavo già scrivendo molto, è venuta fuori questa canzone, l’ho ascoltata più volte anche insieme al mio team, a cui sono davvero grato perché sostiene sempre la mia visione creativa. A un certo punto ci siamo detti che era il momento di ripartire e che avremmo dovuto farlo con questo pezzo.
Che impatto ha avuto Sanremo su di te? Come hai vissuto tutto quello che è successo?
L’ho vissuto benissimo! È stata un’esperienza bellissima, e non soltanto per la vittoria. Per un ragazzo come me, che quel palco lo aveva sempre visto soltanto in televisione, avere la possibilità di salirci e poi vincere è stata la cosa più bella che l’universo, o Dio, potesse regalarmi. Ricordo quei giorni, quella settimana di Sanremo e tutto quel periodo con un sorriso a trentadue, forse trentasei denti. Non lo so, tutti quanti, anche quelli da latte! È stato bellissimo. Quando vado a dormire ripenso a quei momenti e mi addormento con il sorriso, perché ho vissuto un sogno. Sono davvero grato a Dio per questa opportunità, che mi è stata data ma per la quale ho anche lavorato tanto. Ci ho messo molta fede e molto impegno, e sono contento di tutto quello che ho vissuto.

«Ho in mente alcune cose che mi piacerebbe fare, ma preferisco lasciare che sia la musica a guidarmi»
Hai iniziato a cantare molto giovane e hai già frequentato palchi televisivi importanti, da Io Canto, The Voice of Italy fino a X Factor. Sono stati una sorta di palestra per affrontare Sanremo?
Assolutamente sì. Mi sono serviti tantissimo e mi hanno aiutato ad acquisire maggiore sicurezza, quella che gli inglesi chiamano confidence. Mi hanno permesso di sviluppare l’autostima e una maggiore capacità di reagire emotivamente a contesti importanti e impegnativi. A volte questi palchi sono così grandi e belli, ma anche così imponenti che rischiano di mangiarti, soprattutto se sei una persona che vive tutto intensamente, come ti dicevo prima.
Viviamo in una società in cui sembra necessario mostrare continuamente chi siamo, spesso attraverso immagini filtrate e versioni semplificate di noi stessi. Quanto è difficile essere sinceri con gli altri e con se stessi quando si è esposti a un pubblico ampio e ai suoi giudizi?
Non saprei, perché vivo tutto in maniera molto naturale. Non mi pongo continuamente questa domanda: cerco semplicemente di esistere, di vivere, di concentrarmi sui miei amici, sulla mia vita, sui miei venticinque anni e sulle persone a cui voglio bene. Sono anche molto geloso della mia vita privata, quindi ci sono cose che restano mie. Ho la fortuna di avere ancora gli stessi amici delle scuole medie: per loro non sono Settembre, sono Andrea. Lo stesso vale per la mia famiglia, e io voglio continuare a essere Andrea per loro. Settembre è il mio progetto artistico. Naturalmente Andrea ne fa parte, perché siamo la stessa persona, ma cerco di tenere distinta la vita pubblica da quella privata, scegliendo cosa mostrare e cosa tenere per me. Credo sia giusto farlo, e lo consiglierei anche a chi non fa questo mestiere. È una cosa che ho letto e che ripeto anche ai miei cugini più piccoli, che hanno quattordici o quindici anni: non pubblicate continuamente i vostri sentimenti online. È importante conservare qualcosa per sé, anche perché siamo vulnerabili. I social e il web possono essere molto cattivi, quindi bisogna imparare a proteggere anche le parti più intime di noi stessi.
A che punto sei con la scrittura e con il materiale per una prossima pubblicazione? Quanto manca, in percentuale, prima di poter ascoltare qualcosa di nuovo?
È una domanda complessa. Avrei preferito che mi chiedessi un teorema di astrofisica, perché davvero non saprei cosa risponderti! Sto imparando molto dalle persone che ho accanto, che mi stanno insegnando una cosa importante: è la musica a comandare, è lei l’autista del volo su cui ci troviamo. È la musica a decidere la traiettoria. In questo momento sto scrivendo molto. Continuo a ripeterti questa frase, ma è la verità: è la fase in cui mi trovo. Se arriverà la canzone giusta al momento giusto, uscirà. La sto vivendo così, senza voler pianificare troppo. Ho in mente alcune cose che mi piacerebbe fare, ma preferisco lasciare che sia la musica a guidarmi.
Quindi, in parole povere, non c’è ancora un disco pronto?
Lo stiamo scrivendo. “Pronto” è una parola grossa!
Ma ci stai lavorando senza troppe ansie e senza fretta…
È esattamente così. L’hai detto meglio di me!
Crediti foto:
Fotografo Giordano Mattar
Stylist Federica Olmi e Valentina Motta
Grooming Salvatore Lopresti