Quando le etichette tendono a definire e talvolta a limitare, incontrare chi si presenta semplicemente come “un creativo” è una piacevole sfida alle categorie. Simone Lo Monaco, torinese di nascita e milanese d’adozione, incarna questa fluidità. Formatosi in scenografia, approdato al fashion design e poi modellista per il lusso, ha costruito un percorso in cui l’illustrazione è diventata la sua voce più autentica e riconoscibile.
Nel 2018, vince un contest con Camera Moda, e da quel momento non ha mai smesso di crescere. Di disegnare. La sua è una storia di evoluzione costante, dove la disciplina tecnica del modellismo incontra la libertà del segno su carta e digitale. Un equilibrio tra rigore professionale e sperimentazione artistica che lo ha portato a collaborare con realtà prestigiose, senza mai smettere di cercare una cifra espressiva personale.
In questa intervista, Simone ripercorre le tappe del suo viaggio: dagli schizzi infantili negli uffici del padre alla complessa commissione per Bulgari, dalla ricerca di un tratto identitario al ruolo ambiguo di Milano, città motore ma anche ufficio che richiede costante produzione. Con sincerità, racconta le sfide di lavorare con grandi brand, l’importanza della ricerca visiva e il desiderio di progetti futuri che uniscano illustrazione, design e oggettistica in un dialogo senza confini.
Una conversazione che svela il ritratto di un artista in divenire, per il quale il disegno non è solo professione, ma un mezzo imprescindibile di esplorazione e di espressione di sé.


«Il disegno è stato un po’ una sorta di mezzo di comunicazione, il mio modo di mettere su carta le idee»
Quando hai capito che l’illustrazione sarebbe diventata il tuo linguaggio principale?
Sono sempre stato affascinato dall’arte in ogni sua forma ed è una via che ho seguito e approfondito anche nel mio percorso di studi. Disegno da che ho memoria. Ricordo perfettamente che da piccolo, andando in ufficio da mio padre, mi mettevo a disegnare ritratti per tutti i suoi colleghi. Erano quasi delle caricature: con teste giganti e corpi minuscoli. Ricordo soprattutto che ponevo molta attenzione sull’abbigliamento e aggiungevo elementi distintivi per ognuno di loro.
Il disegno è stato un po’ una sorta di mezzo di comunicazione, il mio modo di mettere su carta le idee, di concretizzarle in una forma non tangibile, ma neanche così astratta come un pensiero. Una forma di espressione che, crescendo, si è amplificata con me.
Quali tappe del tuo percorso formativo e professionale sono state decisive per definire il tuo stile?
Sicuramente è stata un’evoluzione continua. Diciamo che durante l’università ho avuto modo di sperimentare parecchio, soprattutto stili differenti tra loro, e forse è stato proprio lì che ho trovato il mio setting, non definitivo, ma comunque identitario.
Poi, ovviamente, l’illustrazione è cresciuta con me. Ho sicuramente studiato tanto e continuo a studiare tuttora, ma comunque bene o male il mio tratto è rimasto quello.


C’è stato un progetto che ha segnato un vero punto di svolta nella tua carriera?
Direi un progetto che si è concluso a luglio 2025. Ho collaborato con un team creativo per una mostra multimediale commissionata da Bulgari in occasione dell’anno del serpente.
Ho dovuto realizzare diversi artwork in digitale, riuscendo dopo vari tentativi a simulare il tratto di una penna bic su un foglio, studiando e affinando la tecnica di disegno del loro storico head designer Fabrizio Buonamassa. È stato un lavoro molto lungo e complesso perché sono dovuto uscire di fatto dalla mia zona di comfort, ma è stata la commissione più importante e soddisfacente a cui abbia lavorato fino ad ora.
Come si è evoluto il tuo lavoro nel tempo, dai primi progetti a quelli più recenti?
Sicuramente si è evoluto in termini di tecnica. Quando ho iniziato utilizzavo quasi esclusivamente i markers e/o gli acquerelli. Poi con il tempo ho iniziato a ricercare texture diverse, ma anche un approccio diverso e di conseguenza a sperimentare con altri materiali senza abbandonare i miei amati pantoni.
Ho poi incrementato l’utilizzo del digitale; spesso mi vengono chieste illustrazioni non troppo elaborate o complesse per siti web e mi è comodo farle direttamente su iPad.


«Milano mi ha fatto mettere molto in discussione come artista e di conseguenza mi ha fatto crescere»
Milano che ruolo ha avuto – e ha tuttora – nel tuo percorso creativo e professionale?
Milano è una città che mi ha sempre dato tanto, sicuramente; se sfruttata bene può aprirti molte porte, anche se devo dirti che a livello creativo dal mio punto di vista pecca un po’.
Ogni progetto deve essere funzionale ad uno scopo ovviamente, ma a differenza di altre città ho trovato poca libertà creativa, almeno per ora. È letteralmente una città ufficio dove devi produrre costantemente. Però sicuramente mi ha fatto mettere molto in discussione come artista e di conseguenza mi ha fatto crescere, dandomi la spinta per andare sempre avanti dritto nel mio percorso.
Quando lavori su commissione, quanto spazio lasci all’interpretazione personale rispetto al brief?
Dipende molto dai clienti e dai lavori in realtà. Nella maggior parte dei casi si trovano sempre dei compromessi e di base cerco sempre di presentare varie proposte al cliente, anche perché essendo io molto autocritico è difficile per me essere soddisfatto al primo tentativo. Poi ci sono progetti in cui ti lasciano carta bianca e hai la possibilità di esprimere tutto te stesso, ma anche e soprattutto in quei casi non offro mai un’unica soluzione.


«In alcuni contesti la sfida sta nel saper essere versatili senza perdere la tua identità»
C’è un progetto che senti rappresenti al meglio il tuo modo di lavorare oggi?
Sì, è un progetto indipendente al quale sto lavorando attivamente insieme ad altre persone a me molto care, è ancora in fase del tutto sperimentale, ma ho fiducia in questa cosa.
In questo frangente, oltre all’illustrazione mi occupo di ricerca da un punto di vista creativo e ricerca di artisti da intervistare o con cui collaborare. Diciamo che stiamo cercando di creare una struttura orizzontale dove ognuno è un po’ il capo della mansione che svolge, organizziamo molti brainstorming tra di noi, esponiamo concetti e format e ci allineiamo per un obiettivo comune che sia coerente.
Quali sono le sfide principali quando si lavora con brand o clienti strutturati?
Sicuramente l’affinità stilistica col cliente, poi dipende sempre da quanto spazio ti danno come artista.
Ma da professionista devi portare a termine il lavoro e quindi in un modo o nell’altro si accettano compromessi per arrivare ad un risultato che sia comunque di alto livello.
In alcuni contesti la sfida sta anche nel saper essere versatili, ma senza perdere la tua identità. Quindi direi che sia questa la sfida più grande: mantenere la tua impronta senza annullarti come artista, anche perché quel lavoro sarà comunque firmato da te.


Quanto conta la ricerca visiva nella fase iniziale di un progetto?
È fondamentale per me. È proprio importante trovare reference visive da rielaborare in un qualcosa di unico, di personale, di tuo. Prediligo la ricerca cartacea, quindi su libri e magazine; sono sempre stato abituato così anche in università ed è uno step che oltre ad affascinarmi, mi stimola.
Quindi sì, è importante partire da un’immagine da rielaborare e cercare di comunicare qualcosa: sarebbe proprio la base di qualsiasi lavoro creativo.
Il tuo stile è riconoscibile ma in continua evoluzione: come mantieni questo equilibrio?
Penso sia una questione di coerenza. Nonostante io faccia molta ricerca e sperimentazione, so in realtà cosa mi piace e di base credo di aver trovato il mio stile. Poi ovviamente cerco costantemente di perfezionare la tecnica, la pulizia o la sporcatura del tratto, in base al mio mood.
Non ti nego che ogni tanto mi piacerebbe trasformare completamente il mio tipo di illustrazione facendolo diventare quasi pittorico, fine art.


Quali collaborazioni ti hanno permesso di sperimentare di più, anche uscendo dalla comfort zone?
Sarò ridondante, ma il progetto per Bulgari è stato il più tosto.
Mi ha letteralmente costretto a spingermi oltre a tutto ciò che abbia mai fatto. Il tema era essenzialità e pulizia del tratto, esattamente l’opposto del mio stile. Però sono riuscito a portare a casa il risultato ed è stato quasi difficile ritornare a disegnare come prima, perché ho fatto mesi a disegnare con un tipo di linea molto più grafica del mio solito.
Che tipo di progetti ti interessano di più oggi rispetto a qualche anno fa? E cosa ti piacerebbe sperimentare nel futuro?
Onestamente mi piacerebbe progettare il set up di una vetrina. Al liceo ho studiato scenografia e sarebbe un po’ un ritorno alle origini. E ti confesso che avere delle mie illustrazioni in un contesto del genere mi darebbe proprio un senso di appagamento, perché vorrebbe dire arrivare, almeno nella mia testa, al livello dei miei mentori, Luke Edward Hall e Scott W. Mason.
Sarebbe anche interessante l’approccio con le ceramiche, quindi illustrare un set di piatti, tazze, magari con designer anche emergenti, e il textile, ma più in un contesto di interior che di moda.

