La piscina a sfioro guarda la Val d’Orcia. Gli ulivi la circondano come fanno da secoli, senza fretta. Il calcare sotto i piedi ha millenni, le querce hanno nomi che nessuno ricorda più. Questo è il paesaggio di Terra Quercus: costruito dalla geologia, dalla luce, da chi ha scelto di lavorare la terra con cura e senza scorciatoie. E poi, in una stanza, c’è Takashi Murakami. Superficie piatta, colori accesi, un fiore che sorride con la stessa intensità con cui il paesaggio fuori respira. Il Superflat contro la profondità. Tokyo incontra Sarteano. Non si risolvono, non si fondono. Si guardano.
Questo posto non ha sempre avuto un nome, o meglio: l’ha avuto, ma i viaggiatori che lo attraversavano non si fermavano abbastanza a lungo da impararlo. Spesso, durante il Grand Tour, i giovani attraversavano queste campagne diretti a Roma o a Siena, con carrozze che percorrevano la via Francigena nel fondovalle. Il paesaggio scorreva fuori dal finestrino, con colline coperte di boschi, affacci sull’arida Val d’Orcia, querce e calcare. Oltre a essere calcareo, il suolo di Sarteano è ricco di fossili e di stratificazioni: il territorio fu abitato dal Neolitico, e conobbe un’importante presenza etrusca con necropoli che ancora oggi restituiscono affreschi come la tomba della Quadriga Infernale, del IV secolo.
Sotto le vigne, la storia va in profondità. Non è una metafora: è la geologia del posto, ed è in questo territorio che, nel 2008, nasce Terra Quercus.

Terra Quercus
Il nome dice già qualcosa del carattere del posto: terra di querce, con tutto ciò che questo implica. Radici profonde, lentezza, resistenza alle stagioni. I sette ettari della proprietà sono coltivati a uliveti e vigneti su un suolo ricco di calcare, che permette una maturazione lenta e graduale dell’uva e contribuisce all’equilibrio e alla freschezza dei vini.
La storia della famiglia d’Alessandro nel mondo del vino inizia negli anni ‘80. Francesco d’Alessandro, ha contribuito allo sviluppo del Syrah nell’area di Cortona, attraverso un lavoro sperimentale che ha inciso sul riconoscimento della denominazione. Dal 2008, però, si sposta a Sarteano, e con questa evoluzione cambia il modello: meno quantità, più controllo. Microvigna, lavorazione manuale, conduzione biologica certificata. Le fermentazioni avvengono in vasche di cemento, l’affinamento in barrique rigenerate, scelte perché accompagnino il vino senza sovrascrivere la sua trama aromatica. Il risultato sono 5.000 bottiglie l’anno, due sole etichette, in tiratura limitata.
Terra Quercus non è un casale restaurato, ma un progetto di architettura contemporanea che usa i materiali del territorio, pietra, legno, intonaci naturali, senza fingere un passato che non è proprio. Il design moderno dialoga con la tradizione senza imitarla, e i giardini sono stati disegnati con la stessa attenzione degli ambienti interni: ogni spazio esterno ha una sua funzione e una sua misura, dalla piscina circondata da ulivi al patio con erbe aromatiche davanti alla cucina, da cui gli ospiti possono cogliere basilico, rosmarino, timo mentre cucinano.

L’eredità culturale
Anche le etichette sono un progetto: non una firma, non una grafica, ma un sistema di significati. Scherzo introduce un riferimento diretto alla musica classica: il termine indica un movimento allegro e dinamico. L’impianto grafico dell’etichetta si costruisce a partire dal pentagramma e il vino viene concepito come un’armonia di note aromatiche, con lo stesso carattere brioso che contraddistingue lo Scherzo in musica.
Quartaluna, trae origine da un evento astronomico specifico e molto raro: la comparsa di una quarta luna piena all’interno di un trimestre che normalmente ne prevede tre. Il nome deriva dal primo anno di vinificazione a Terra Quercus, in cui questo fenomeno si è verificato e introduce una relazione con il ritmo naturale, con la ciclicità, e con la preziosità di un evento così unico, mantenendo un legame diretto con il tempo della vigna. La citazione della Quartaluna sull’etichetta è presa dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Entrambe le etichette sono prodotte in tiratura limitata e certificate biologiche. Questa attenzione al dettaglio, nelle etichette come nella cantina e negli spazi esterni, non ha funzione decorativa, e definisce un sistema in cui ogni elemento è costruito in relazione agli altri.
L’affiancamento di Elisabetta al padre Francesco nella gestione di Terra Quercus rappresenta la naturale evoluzione di un’identità aziendale da sempre legata al mondo delle arti. Se la sensibilità di Francesco ha tracciato il solco, unendo indissolubilmente il vino alla musica e alla letteratura, la visione di Elisabetta spinge questa eredità verso nuovi orizzonti. L’obiettivo è far evolvere il modello agricolo tradizionale attraverso l’integrazione con l’arte in ogni sua forma, capace di offrire ai visitatori un’esperienza trasformativa e profonda. È un concetto di nutrizione integrale: eccellenza biologica per il corpo e bellezza per lo spirito. Questa filosofia trova la sua espressione nel rovescio culturale: proprio come in vigna si seminano essenze diverse per rigenerare e arricchire la terra, così l’azienda si apre agli stimoli dell’arte per nutrire il proprio ecosistema di nuovi significati. Un innesto di modernità su radici antiche, dove la fertilità del suolo e quella del pensiero procedono di pari passo.

Miura Gallery e le opere in residenza
La collaborazione tra Terra Quercus e Miura Gallery nasce dall’amicizia e l’intuizione di Elisabetta d’Alessandro, sommelier e creativa a tutto tondo di Terra Quercus, e Leonardo Gubbioni, fondatore nel 2024 di Miura Gallery, un esperimento totalmente online, senza sede espositiva fissa, con un focus sull’arte contemporanea, pop e urbana in edizione limitata.
Il progetto che nasce in collaborazione con Terra Quercus non è una mostra temporanea: due opere sono allestite negli spazi interni della tenuta per l’intero 2026, integrate nella vita quotidiana della struttura. Non c’è un percorso espositivo dedicato, non c’è un cartellino sul muro. L’accesso avviene durante il soggiorno o nel corso della visita alla cantina, su prenotazione, ad arricchire l’esperienza dei visitatori. In questa concezione, Terra Quercus diventa un’estensione fisica della galleria: uno spazio abitato in cui l’opera non si visita, ma si incontra.

Takashi Murakami e la logica della superficie
Il lavoro di Takashi Murakami si costruisce su un’idea precisa: ridurre l’immagine a superficie. Il concetto di Superflat elaborato dall’artista a partire dalla cultura visiva giapponese del dopoguerra elimina la profondità prospettica, affida tutto al segno netto, ai colori saturi, alla riconoscibilità immediata. Il Superflat appiattisce tutto su un unico piano vibrante: segno netto, colori saturi, superficie che non arretra mai. È un’estetica nata a Tokyo, nutrita di anime e manga, di traumi storici compressi in immagini sorridenti: i funghi che alludono alle bombe atomiche, i teschi alla morte, i fiori alle emozioni represse dopo Hiroshima e Nagasaki. Una bellezza costruita sopra qualcosa di oscuro, esattamente come la grazia toscana descritta da Piovene nasconde un rigore sotterraneo.
«Portare queste opere a Sarteano produce qualcosa di inatteso» racconta Elisabetta d’Alessandro. «Fuori dalla finestra, la prospettiva è dettata dai filari, dagli alberi, dalla distanza che si apre verso la Val d’Orcia. Il paesaggio è tutto profondità geologica, stagionale, visiva. Dentro, sulla parete, le opere di Murakami negano quella profondità. Il risultato è un’allucinazione: due sistemi di visione che si guardano senza risolversi.»
I fiori di Murakami nascono da cinquanta tentativi falliti di replicare i fiori della tradizione Nihonga la pittura tradizionale giapponese in cui luna, neve e fiori sono temi fondamentali. Sono quindi, a modo loro, una forma di rispetto per la natura già passata attraverso il filtro della cultura, del trauma, della riproduzione seriale. I fiori reali fuori dalla finestra di Terra Quercus non sorridono. Cambiano con le stagioni, marciscono, tornano. Sono gli stessi fiori, raccontati in due lingue opposte.

Due idee di bellezza
A Terra Quercus si incontrano due modi opposti di intendere la bellezza. Da un lato c’è la bellezza verticale delle radici: quella del suolo calcareo di Sarteano e del tempo lento del vino, una memoria fisica che non si può ripetere altrove. Dall’altro c’è la bellezza di Murakami, che viaggia per orizzonti: un’estetica pop e globale che non ha confini, capace di farsi icona ovunque e in modo immediato. Come osserva Leonardo Gubbioni: «Il Superflat di Murakami nega la profondità per esaltare la superficie, sfidando la stratificazione del tempo agricolo». Questa collisione non cerca l’armonia, ma l’evidenza. La coesistenza nello stesso spazio rende questa differenza visibile. Le opere non si adattano al paesaggio, né il paesaggio le assorbe. Rimangono estranee, e in questa estraneità sta il punto.
Chi soggiorna a Terra Quercus incontra le opere più volte, in momenti diversi, con luci diverse. La mattina, passando verso la cucina. La sera, con il vino in mano. Non c’è un tempo stabilito per guardare, non c’è una sequenza obbligata. L’opera si accumula nell’esperienza, non si consuma in una visita. Questa modalità cambia il rapporto tra osservatore e immagine. Il tempo sostituisce la guida. L’attenzione si costruisce per ritorno, non per percorso. È una forma di relazione con l’arte che la struttura museale non può offrire, e che uno spazio abitato, una cucina, una cantina, una camera da letto, rende naturalmente possibile.
Terra Quercus non si propone come luogo dell’arte. Si propone come luogo in cui l’arte abita, con la stessa discrezione con cui abitano la vigna, il calcare, il profumo delle erbe aromatiche davanti alla finestra della cucina.