Nel cuore pulsante di Milano, l’Istituto Europeo di Design ha ospitato una mostra che ha celebrato le collezioni di tesi di 55 diplomandi in Fashion Design. Non una sfilata, ma un progetto corale, concepito in stretta sinergia con tutti gli studenti. Ogni collezione ha quindi raccontato un percorso intimo e distintivo, dove l’abito ha assunto il ruolo di strumento critico diventando espressione tangibile di visioni plurali e consapevoli.

La mostra “Unfold“: l’abito come forma del pensiero
La mostra si è articolata in cinque sezioni tematiche – Astratto, Echo, Synthesis, Organico e Onirico – concepite come spazi di ricerca aperti a diverse interpretazioni di forma, corpo e linguaggio. Accanto a questi nuclei espositivi, i magazine Unbound e Unqualified hanno affiancato la mostra, offrendo testi e immagini che ne hanno accompagnato e ampliato la prospettiva.
«Più che un fine, l’abito diventa un dispositivo di pensiero: l’abito è forma che resiste, che mette in relazione, che interpreta – ha commentato Umberto Sannino, Head of Fashion School IED Milano – Unfold è un gesto collettivo che si apre, si trasforma e invita a leggere l’estetica come spazio vivo di riflessione e urgenza».

IED Milano: le cinque sezioni tematiche in mostra
Ogni collezione ha esplorato un differente modo di interrogare materia, corpo e forma. La sezione Astratto si è mossa sul confine sottile tra ciò che si manifesta e ciò che si può solo intuire. Le creazioni – firmate da Eleonora Bigolin, Li Chien, Alan D’Isola, Brie Orlando, Andrea Putzu con Rosamaria Simonetti, Linda Ricci e Aurora Perinelli – nascono da esperienze intime, tra perdite, separazioni e ricordi familiari, traducendosi in abiti che sfiorano la dimensione del simbolico. Le silhouette non rappresentano, ma evocano; le superfici si fanno fragili e vibranti, attraversate da materiali grezzi, ossidati e strappati. Le collezioni si muovono così tra realtà e visione, lasciando emergere narrazioni sospese e poetiche.
In Echo, l’abito è diventato archivio e risonanza. I progetti – di Alessandro Ancona, Yuval Azulay, Beatrice Frighetto, Simone Griffa, Andrea La Grotteria, Gaia Lerose, Riva Karin Migita Ficici, Luca Procopio, Hasiao-Han Su, Kalikivayi Ramana, Aditee Shah, Sara Unali, Serina Wu e Martina Zaramella – hanno trasformato frammenti del passato in nuove narrazioni visive, dove il ricordo si fa materia. Ogni abito ha messo in relazione generazioni, culture e versioni di sé.

In Echo, l’abito si è fatto archivio e risonanza. I progetti — di Alessandro Ancona, Yuval Azulay, Beatrice Frighetto, Simone Griffa, Andrea La Grotteria, Gaia Lerose, Riva Karin Migita Ficici, Luca Procopio, Hasiao-Han Su, Kalikivayi Ramana, Aditee Shah, Sara Unali, Serina Wu e Martina Zaramella — hanno trasformato frammenti del passato in nuove narrazioni visive, dove il ricordo si è fatto materia palpabile. Ogni abito ha intessuto relazioni sottili tra generazioni, culture e molteplici versioni di sé.
Synthesis ha indagato l’identità contemporanea come un territorio in perpetuo mutamento. I designer hanno messo in discussione le gerarchie estetiche e funzionali per dar vita a figure in divenire. Tra i materiali privilegiati — denim, pellami, tessuti tecnici e sperimentali — si sono intrecciati rimandi al workwear e al gorpcore. Le creazioni — di Skyler Bertone, Ji Hoon Choi, Giorgia Costa, Luca Di Gioia, Florian Hirschy, Ludovica Franchi, Mattia Lazzerini, Elisa Mojoli, Simone Penta, Eleonora Rossi, Ines Reis Santos, Valentina Rovere, Haiqi Zhou e Olivia Zanfagna — hanno esplorato il corpo come luogo di realtà e protezione, riflettendo così la complessità dell’identità contemporanea.

Con Organico, la relazione tra corpo e abito si è intensificata fino a farsi reciprocità. I capi hanno risposto, adattandosi e modellandosi. Infatti, le silhouette si sono trasformate in tempo reale, mentre materiali vibranti reagivano al movimento e al suono. Qui il vestire ha superato il gesto estetico per diventare un’estensione sensoriale e strutturale del sé. Le collezioni — di Yasmin Ausmann, Gaia Carlomagno, Chiara Cavalieri, Vito Di Marzio, Camilla Dossi, Rebecca Fagherazzi, Carlotta Gadda, Daniela García Salas, Teresa Giannattasio, Giulia Mignogna, Filippo Sansalone, Giacomo Sica e Luca Togni — si sono offerte come corpi in divenire, ciascuno esplorando l’instabilità come condizione creativa.

Infine, Onirico ha restituito spazio all’intuizione, alla metamorfosi e al dettaglio imperfetto. Qui il sogno non si è tradotto in evasione, ma si è fatto strumento per decifrare il reale. L’infanzia, il gioco, la fragilità si sono trasformati in materia creativa, divenendo elementi generativi. La moda non ha sedotto, ma ha accolto e ascoltato. Le collezioni di Sara Briganti, Laura Calabrò, Ilaria Fachin, Margherita Felisi, Giacomo Galluccio, Giovanni Piccirilli e Ana Stoleru hanno esplorato territori interiori, riti quotidiani e gesti privati, mentre gli abiti si sono fatti narrazioni capaci di restituire una bellezza imperfetta.