C’è chi crede che fare moda significhi anticipare qualcosa. E chi invece sceglie di restare un passo indietro, ma per vedere meglio. Unknown Artisan è nato così: dal rifiuto gentile della fretta. La sua fondatrice, Lika Kubaneishvili, è una designer georgiana che vive a Milano e ha messo in piedi un progetto che non parla al mercato, ma alle persone.
Il primo dettaglio che colpisce è che tutto parte da un capo apparentemente semplice: la camicia. Niente borse, niente abiti da sera, niente stratagemmi. Lei parte da lì perché, dice, è universale. Non conosce genere, età, stagione. E allora la lavora e la rilavora: la apre, la chiude, le aggiunge volume, la sgonfia. Ne vengono fuori camicie che non sono mai uguali, ma restano sempre camicie. Puoi indossarle in modi diversi e staranno bene su corpi diversi. Non hanno bisogno di dire “sono nuova” – dicono piuttosto “sono tua”. Ci si mette mesi a trovare la piega giusta, a volte. Perché non c’è fretta. E quando finalmente la si indossa, ci si accorge che non stringe da nessuna parte, che le spalle cadono dove devono cadere, che il tessuto segue il respiro. Non è sartoria da cerimonia. È sartoria da tutti i giorni, ma pensata come se quel giorno fosse importante.


Donne che cuciono, donne che ricominciano
Poi c’è il fatto, non secondario, che a cucirla non sono operai anonimi in qualche fabbrica lontana. Sono donne. Donne che vivono accanto a lei, a Milano. Alcune sono artigiane con anni di esperienza, altre sono donne che hanno attraversato momenti difficili e stanno ricominciando. Insieme formano un gruppo che lavora nello stesso spazio, quello di Spazio3R, una realtà sociale che usa la sartoria come chiave per rialzarsi. Qui nessuno è invisibile. Anzi: il marchio si regge proprio sul principio che quel lavoro dietro le quinte meriti un nome e un riconoscimento. Ogni capo ha una sarta di riferimento, anche se sul cartellino non c’è scritto. E ogni capo viene firmato con la stessa attenzione con cui si chiude una lettera importante.

Lana, lino, silenzio
Lika non usa il termine slow fashion come un’etichetta da stampare sul cartellino. Lo vive. Ogni pezzo è pensato con calma, prodotto in poche unità, con tessuti naturali italiani: lino, seta, cotone, lana. Niente sintetico, niente eccessi. Le scelte cromatiche sono ridotte all’osso, quasi spirituali. Toni che non gridano, che invecchiano bene, che non competono con la forma. Se chiudi gli occhi e tocchi un capo di Unknown Artisan, senti la differenza: non è un tessuto che chiede attenzione, ma una superficie viva, leggermente irregolare, che promette di diventare più morbida a ogni lavaggio. Se la guardi bene, questa essenzialità ricorda da lontano certi gesti di Christophe Lemaire – ma senza alcuna volontà di somigliare, solo perché certe sensibilità, quando sono autentiche, finiscono per incontrarsi.


Un bottone dritto non è un caso
Chi guida questo progetto è una donna che insegna anche all’università. E quando sta davanti a studenti e studentesse, non spiega solo come si cuce un orlo o si disegna un cartamodello. Spiega che la moda può essere un atto di responsabilità. Passa ore a parlare con loro del perché un bottone messo dritto non sia solo una questione tecnica, ma una scelta di rispetto verso chi lo indosserà. E loro, anche se all’inizio sembrano spaesati, alla fine capiscono. Perché per lei il femminismo non è uno slogan, ma una pratica quotidiana. Decidere chi lavora per te, come viene trattata e cosa lasci dietro.
Lika e Unknown Artisan non vogliono cambiare l’industria da soli. Vogliono solo dimostrare che esiste un’altra strada. Silenziosa, certamente. Ma non per questo debole. E forse è proprio quella la loro forza.