A L’Aquila, Capitale italiana della Cultura 2026, il MAXXI porta Ai Weiwei dentro una città che conosce il significato della parola “dopo”. Una mostra che parla di terremoti, guerre, memoria e libertà, ma soprattutto della capacità dell’arte di trasformare una ferita in una nuova forma di consapevolezza. Ci sono città che diventano capitali della cultura per celebrare il proprio patrimonio. E poi c’è L’Aquila, che nel 2026 sceglie la cultura anche come strumento per raccontare ciò che è accaduto, ciò che è stato ricostruito e ciò che ancora continua a cambiare. È in questo scenario che arriva AI WEIWEI: Aftershock, la grande mostra dedicata all’artista, architetto e attivista cinese, ospitata negli spazi di Palazzo Ardinghelli, sede del MAXXI L’Aquila, fino al 6 settembre.
Una scelta tutt’altro che casuale. Ai Weiwei conosce il terremoto non soltanto come evento naturale, ma come esperienza capace di mettere a nudo responsabilità, fragilità e disuguaglianze. Nel 2008 il sisma del Sichuan provocò oltre 90.000 vittime, tra cui 5.197 studenti. Ai Weiwei iniziò allora una ricerca indipendente per ricostruire i nomi dei bambini morti nel crollo delle scuole, entrando in aperto conflitto con le autorità cinesi.

Il risultato più potente di quella esperienza è Straight: 150 tonnellate di tondini d’acciaio recuperati dalle scuole distrutte, deformati dal terremoto e successivamente raddrizzati e trasformati dall’artista in una monumentale installazione. A L’Aquila, quei materiali entrano in un cortocircuito potentissimo con Palazzo Ardinghelli e con una città che porta ancora sulla propria architettura le conseguenze del sisma del 2009. Il terremoto del Sichuan e quello dell’Aquila diventano così due memorie diverse che finiscono per parlarsi.
È qui che il titolo Aftershock assume il suo significato più interessante: non la scossa, ma ciò che viene dopo la scossa. La memoria, la ricostruzione, la responsabilità e la possibilità di ripartire. Ed è forse proprio questa la ragione per cui la mostra acquista un significato particolare nell’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura. Il progetto mette infatti in relazione arte contemporanea, territorio e memoria, trasformando il museo in uno spazio di confronto tra la storia della città e le grandi questioni del presente.

La ricerca artistica di Ai Weiwei
La sua pratica non conosce confini tra arte, politica, architettura, fotografia, cinema e attivismo. Attraversa materiali nobili e poveri, tecnologia e artigianato, cultura popolare e storia dell’arte. E soprattutto mette continuamente in discussione ciò che siamo abituati a considerare autentico, prezioso, bello o intoccabile. In mostra c’è tutto questo. Ci sono i mattoncini giocattolo, con cui Ai Weiwei ricostruisce L’Urlo di Munch, Van Gogh e altre icone della storia dell’arte. Ci sono i giubbotti di salvataggio dei rifugiati trasformati in Lotus. Ci sono oggetti quotidiani scolpiti nel marmo, porcellane distrutte, giada utilizzata per creare manette e sex toys, una gruccia che diventa simbolo della detenzione dell’artista. E ci sono le guerre. L’Afghanistan, l’Ucraina, la crisi dei rifugiati, la repressione politica. Ai Weiwei prende immagini che appartengono alla cronaca e le trasforma in opere che obbligano lo spettatore a confrontarsi con ciò che normalmente rischia di diventare soltanto un’immagine tra le tante.

Ed è forse questo uno degli aspetti più contemporanei di Aftershock: in un’epoca dominata da immagini velocissime, Ai Weiwei restituisce peso e significato a ciò che vediamo. Il suo lavoro parte spesso dall’oggetto, ma arriva sempre alla persona. Dietro un pezzo di acciaio ci sono dei bambini. Dietro un giubbotto di salvataggio c’è un viaggio. Dietro una fotografia c’è una storia. Dietro un oggetto distrutto c’è una forma di censura. L’arte diventa così un archivio alternativo della contemporaneità, capace di conservare ciò che rischia di essere cancellato dalla velocità del presente. E questa è forse la vera forza di Aftershock: non raccontare soltanto ciò che è successo, ma chiedere allo spettatore cosa rimane dopo.
L’Aquila capitale della cultura
Per una città come L’Aquila, la ricostruzione non è mai soltanto architettonica. È sociale, emotiva, culturale. E una Capitale della Cultura non dovrebbe limitarsi a mostrare il proprio passato, ma utilizzare la cultura per immaginare il proprio futuro. Con Ai Weiwei, L’Aquila sceglie di farlo attraverso una delle voci più internazionali, radicali e riconoscibili dell’arte contemporanea. Una mostra sul terremoto che, alla fine, parla di noi. Del modo in cui reagiamo alle fratture, di ciò che scegliamo di ricordare e della possibilità di trasformare una scossa in movimento. E Aftershock è solo uno dei grandi appuntamenti di un programma che nel 2026 trasforma L’Aquila in un vero laboratorio culturale. Tra gli eventi più attesi c’è “La Visitazione all’Aquila. Raffaello e Pontormo”, in programma fino al 27 settembre: la Visitazione di Raffaello torna in città dopo oltre quattro secoli, grazie a un prestito del Museo del Prado, per essere messa in dialogo con la celebre Visitazione di Pontormo. Un confronto straordinario tra due maestri del Rinascimento, arricchito da disegni, stampe, documenti e dalla ricostruzione del perduto Palazzo Branconio. (L’Aquila Cultura 2026). E ancora oltre 300 eventi distribuiti nell’arco di 300 giorni con un programma che attraversa arti visive, musica, teatro, danza, cinema, ricerca e partecipazione. Dai Cantieri dell’Immaginario, con Roberto Bolle e Nicola Piovani, a Jazz Italiano per le Terre del Sisma, fino alle nuove produzioni e alle iniziative diffuse sul territorio, l’idea è quella di una cultura non concentrata in un solo luogo, ma capace di coinvolgere palazzi storici, musei, università, quartieri e comunità. È la visione sintetizzata dal claim “Un territorio, mille capitali”: non una semplice celebrazione annuale, ma un progetto di rigenerazione attraverso la cultura.

5 cose che forse non sapevi su ai weiwei
01 — Ha contribuito a progettare il “Bird’s Nest”
Ai Weiwei ha collaborato alla progettazione dello Stadio Nazionale di Pechino, il celebre Bird’sNest, realizzato per i Giochi Olimpici del 2008.
02 — È nato nel 1957 a Pechino
La sua infanzia è stata segnata dall’esilio della famiglia durante la Rivoluzione culturale cinese.
03 — Ha vissuto a New York
Negli anni Ottanta si trasferisce a New York, dove entra in contatto con la scena artistica americana e con artisti e intellettuali come Allen Ginsberg.
04 — Ha trasformato 100 milioni di semi di girasole in arte
Per Sunflower Seeds, presentata alla Tate Modern nel 2010, furono realizzati cento milioni di piccoli semi di girasole in porcellana.
05 — Per lui l’arte è una forma di libertà
Nel 2011 Ai Weiwei viene detenuto segretamente per 81 giorni senza accuse. L’esperienza rafforza una ricerca artistica sempre più legata alla libertà di espressione, ai diritti umani e al rapporto tra individuo e potere.