Tra impronte ancestrali, ceramiche tattili e banchetti performativi, l’estate ligure si accende con uno dei progetti artistici più magnetici della stagione. Fino al 25 agosto 2026, la Casa Museo Jorn di Albissola Marina accoglie Kotykeye, la nuova mostra di Luca Trevisani, artista tra i più raffinati e visionari della scena contemporanea italiana.
Curato e prodotto da BLU – Breeding and Learning Unit, il progetto rappresenta l’esito di un percorso internazionale sviluppato grazie all’Italian Council 2024, il prestigioso programma della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Prima di entrare in maniera definitiva nella collezione permanente del Museo Madre di Napoli, il corpus di opere approda nello spazio quasi mitologico della casa di Asger Jorn, luogo simbolo di una creatività libera, fluida, radicalmente interdisciplinare.
Ed è proprio qui, tra mosaici, vegetazione mediterranea e architetture organiche sospese sul mare, che Trevisani mette in scena un universo poroso e ipnotico. Le sue nuove sculture in grès sembrano reperti provenienti da una civiltà sconosciuta: superfici irregolari, cavità, impronte, residui organici e tracce alimentari costruiscono un’estetica insieme arcaica e futuribile.


Arte come racconto contemporaneo
L’ispirazione nasce dalle Grotte di Toirano, nel savonese, celebri per le impronte preistoriche lasciate da esseri umani e animali migliaia di anni fa. Tra queste, anche quelle di alcuni cani che si ritiene vivessero accanto all’uomo. Trevisani trasforma queste tracce in un racconto contemporaneo sulla prossimità tra specie, sul contatto fisico come linguaggio originario e sulla domesticazione come dispositivo emotivo, culturale e politico.
Il titolo Kotykeye possiede già da solo la forza di un’immagine cinematografica. Deriva infatti da un’espressione usata dai missionari cristiani in Antartide: impossibilitati a spiegare il concetto dell’“Agnello di Dio” in un territorio senza agnelli, indicarono negli occhi dei cuccioli di foca il simbolo universale dell’innocenza. Uno sguardo animale, sacro e vulnerabile che attraversa l’intera mostra come una presenza silenziosa.
Ma Kotykeye non è semplicemente una mostra da osservare. È un’esperienza da attraversare. Vivere. Sentire. Le opere sono state infatti attivate attraverso una serie di banchetti performativi in cui il cibo viene servito direttamente sulle sculture, invitando il pubblico a mangiare con le mani, toccare, condividere, lasciare nuove tracce. Il gesto conviviale si trasforma così in rituale contemporaneo, in una coreografia sensoriale dove arte, corpo e materia collassano l’una nell’altra.


Quando la materia diventa memoria
Al centro della mostra c’è la memoria della materia. Ovunque dominano impronte millenarie lasciate da esseri umani e animali nel fango delle grotte di Toirano poi riattivate dallo stesso Trevisan per dare forma a sculture in grès porose e tattili, mentre viene a crearsi una relazione originaria tra specie e si indaga su nuove forme di prossimità.
Le sculture, a loro volta, sono state concepite per superare la distanza museale attraverso una serie di banchetti performativi. In questi rituali conviviali, l’opera torna a essere utensile: il cibo, consumato direttamente dalle forme ceramiche, trasforma l’arte in un’esperienza sensoriale e collettiva, dove il sapere si trasmette attraverso l’azione.
Trevisani, con la sua arte, cerca nuove forme di relazione e coinvolgimento, evitando qualsiasi spettacolarizzazione digitale per tornare a qualcosa di sorprendentemente primitivo: il tatto, la prossimità, la pelle, il cibo. E proprio questa radicalità tattile rende Kotykeye uno dei progetti più sofisticati e seducenti dell’anno. Da vedere lentamente, lasciandosi attraversare dalla sensazione di essere entrati in una grotta del futuro.


