Dalí il primo influencer della storia tra arte e moda: la mostra a Milano

Fino al 31 gennaio 2027 sarà possibile visitare a Palazzo Reale a Milano la prima grande mostra a indagare in modo organico il rapporto tra Dalí e l’intero sistema della moda

Baffi all’insù, mantelli, copertine di Vogue e abiti firmati con Schiaparelli, Chanel e Dior: la grande mostra milanese racconta un artista che aveva capito, con quasi un secolo di anticipo, che l’immagine è parte dell’opera. Una scarpa che sale sulla testa e diventa cappello. Un’aragosta dipinta sulla gonna di seta di una futura duchessa. Uno scheletro che affiora dal crêpe nero come una radiografia. Se oggi ci sembra normale che una passerella provochi, spiazzi e faccia discutere ben oltre il mondo della moda, lo dobbiamo anche a Salvador Dalí. È questa la scommessa di Dalí e la Moda, la mostra che ha inaugurato la stagione autunnale di Palazzo Reale a Milano proprio nei giorni della Fashion Week: oltre 200 pezzi tra dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, accessori, oggetti e filmati, molti dei quali mai arrivati prima in Italia.

Dalí moda mostra milano
Dalí e la Moda a Palazzo Reale, foto di Monkeys Video Lab

La tesi è chiara fin dalla prima sala: non c’è un Dalí pittore e un Dalí che, ogni tanto, si concede alla moda. C’è un solo artista totale, per il quale una tela, un tessuto, la copertina di una rivista e persino il proprio corpo erano superfici su cui lavorare allo stesso modo.

Prima dei social, c’era Dalí

Oggi lo chiameremmo personal branding. Dalí aveva intuito prestissimo che un artista moderno non vive solo di quello che produce, ma anche di come appare: come si veste, come si fa fotografare, come viene raccontato dai giornali. Il bastone, il mantello, le camicie teatrali e quei baffi diventati un logo non erano capricci da eccentrico, ma pezzi di un’identità costruita con la stessa precisione di un quadro.

Su questo insiste Judith Clark, storica della moda e co-curatrice della mostra insieme a MontseAguer e Laura Bartolomé Roviras della Fundació Gala-Salvador Dalí: il “personaggio Dalí” si è formato poco a poco, fino a diventare impossibile da separare dall’opera. Creare un’identità, trasformarla in immagine e farla circolare su media diversi: è esattamente la logica che governa la cultura visiva di oggi, da Instagram in giù. Guardare Dalí attraverso la moda significa riconoscerlo come uno dei suoi padri fondatori.

1937: l’anno dell’aragosta

Tutto comincia da un incontro. Nel 1937 Dalí e Elsa Schiaparelli, couturière romana trapiantata a Parigi, danno vita al Lobster Dress, l’abito con l’aragosta che Wallis Simpson indossa davanti all’obiettivo di Cecil Beaton per Vogue, alla vigilia delle nozze con l’ex re Edoardo VIII. Non era un’idea nata dal nulla: già dal 1934 l’aragosta era entrata nell’immaginario del pittore, fino a sostituire la cornetta del Lobster Telephone del 1936.

Intorno a quell’abito la mostra ricostruisce la stagione più celebre del sodalizio. C’è il cappello a forma di scarpa rovesciata, nato da una foto in cui Dalí posava con una scarpa di Gala sulla testa. C’è il Tears Dress del 1938, con la stampa che imita strappi e lembi di pelle lacerata. E c’è l’abito scheletro, con le costole imbottite in rilievo. Sono immagini che abbiamo visto mille volte, ma dal vivo raccontano un’altra cosa: non sono semplici vestiti, sono congegni pensati per mettere a disagio. È il metodo paranoico-critico applicato al guardaroba: prendi un oggetto di tutti i giorni, cambiagli contesto e rendilo inquietante. Il corpo, che l’abito dovrebbe proteggere e valorizzare, viene invece messo a nudo nella sua fragilità.

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Copertina della rivista Vogue, disegnata da Salvador Dalí, Vogue, vol. 103, n. 7 (1° aprile 1944), New York, 31,2 x 23,6 cm Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, Salvador Dalí, Vogue, ©Condé Nast © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026

Non solo Schiaparelli: il legame tra Dalì e la moda

Il bello della mostra è che non si ferma lì. Le collaborazioni con le altre grandi maison arrivano come capitoli diversi di una stessa storia, ognuno con il suo tono. Con Gabrielle Chanel, Dalí lavora a Bacchanale (1939), balletto per cui firma libretto e scenografie mentre lei disegna i costumi: un incontro improbabile tra il rigore di Coco e il delirio visionario del catalano. Con Christian Dior si ritrova nel 1951 al leggendario Ballo Beistegui a Palazzo Labia, a Venezia, forse l’ultima grande festa mondana dell’Europa del dopoguerra. Con Paco Rabanne, negli anni Sessanta, il dialogo si sposta su metallo, plastica e sperimentazione audiovisiva. Rapporti diversissimi tra loro, ed è proprio questo il punto. Dalí non si limitava a “firmare” un abito con il suo stile: usava la moda come laboratorio per mettere alla prova le sue ossessioni di sempre, il corpo, il desiderio, la metamorfosi, la teatralità. La sezione forse più sorprendente è quella che allarga lo sguardo dal singolo capo all’intero sistema: textile design, pubblicità, vetrine, editoria, fotografia. Dalí lavorò a lungo per Vogue, firmando illustrazioni e copertine e diventando, nello stesso tempo, autore e soggetto delle immagini. Il confine tra artista e figura commerciale era già sottilissimo, e lui ci giocava con evidente divertimento.

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Dalí e la Moda a Palazzo Reale, foto di Monkeys Video Lab

Uno spazio speciale è dedicato a Gala, compagna, musa e manager. Il suo guardaroba, esposto per la prima volta fuori dalla Spagna, sposta l’attenzione dalla maschera pubblica del pittore al rapporto intimo tra abito, corpo e identità nella vita della coppia. Anche il modo in cui Gala si vestiva e si faceva ritrarre fa parte dell’universo visivo che Dalí portò dalla pittura alla fotografia e alla cultura pop. Poi ci sono i gioielli, dove il linguaggio daliniano si fa più concentrato che mai: tra i prestiti della Fundació spicca la spilla Ruby Lips (1949), una bocca in oro giallo con labbra di rubini e denti di perle. Erotismo, lusso e ironia in pochi centimetri.

Il percorso della mostra e l’eredità del maestro

L’allestimento porta la firma della stessa Judith Clark, da anni tra le voci più autorevoli nel modo di esporre la moda nei musei. Il percorso si sviluppa in sei sale con un impianto scenografico che richiama la teatralità delle messe in scena di Dalí, mentre gli abiti prendono vita sui manichini e i busti sartoriali Bonaveri.

Le opere arrivano dalle principali collezioni daliniane del mondo, con la Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres e il Dalí Museum di St. Petersburg, in Florida, in prima fila, insieme agli archivi delle maison coinvolte. Il progetto è promosso dal Comune di Milano – Cultura e prodotto da Palazzo Reale, MondoMostre e Civita Mostre e Musei, con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Spagna e della Camera Nazionale della Moda Italiana, e la media partnership di Vogue Italia.

L’ultimo tratto del percorso mostra come l’eredità di Dalí continui a riaffiorare sulle passerelle contemporanee: nella ricerca di forme inattese, nell’uso di materiali insoliti, nella capacità di trasformare un capo in un’immagine che resta in testa. Il confronto diretto è con le creazioni di Daniel Roseberry per Schiaparelli, maison che negli ultimi anni ha vissuto una vera rinascita surrealista, e con quelle di Maria Grazia Chiuri e Jonathan Anderson per Dior. Chi segue la moda di oggi riconoscerà parecchi debiti.

Ed è qui che la mostra pone la sua domanda più interessante: con quali criteri giudichiamo la moda? Clark invita a considerare l’abito non solo come prodotto industriale, ma come possibile gesto concettuale, a prescindere da come viene fabbricato e venduto. Detto a Milano, capitale del prêt-à-porter, durante la settimana delle sfilate, non suona affatto come una questione accademica.

Per l’Italia è una prima volta: gli organizzatori la presentano come la prima grande mostra a indagare in modo organico il rapporto tra Dalí e l’intero sistema della moda. I precedenti internazionali non mancano, ma avevano un raggio più stretto: il più noto, Dalí & Schiaparelli al Dalí Museum di St. Petersburg (2017-2018), si concentrava sul solo legame con la couturière. Milano allarga il campo a Chanel, Dior, Rabanne, all’editoria e alla fotografia.

Dalí e la Moda a Palazzo Reale, foto di Monkeys Video Lab

Soprattutto, la mostra ricostruisce il meccanismo che negli anni Trenta rese possibile l’incontro tra un’avanguardia nata per scandalizzare la borghesia e un’industria parigina che cercava nell’arte una legittimazione. E riesce in un’impresa rara: restituire complessità a un artista sovraesposto, invece di ridurlo all’ennesima icona pop.

Dalí lo sapeva molto prima di noi: un abito non è mai soltanto qualcosa da indossare. Dalí e la Moda ce lo ricorda con intelligenza, e con una buona dose di meraviglia.

Immagine un’evidenza: Salvador Dalí, Tre giovani donne surrealiste che tengono tra le braccia le pelli di un’orchestra, 1936, olio su tela, 53 x 65 cm Collezione del Dalí Museum, St. Petersburg, FL (USA); Dono di A. Reynolds ed Eleanor Morse, 2000.24 Foto © Oriol Tarridas, 2024 © Salvador Dalí, Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres, 2026