L’arte di non avere risposte. La Fondazione Dries Van Noten approda a Venezia

A Venezia, Dries Van Noten apre una fondazione senza opere proprie e senza collezione permanente. Qui la bellezza non dà risposte: fa domande

C’è un’idea che Dries Van Noten ripete, quasi come un mantra privato, nei giorni che precedono l’apertura della sua Fondazione: sa che imparerà moltissimo. Non è la tipica dichiarazione di chi inaugura un’istituzione culturale. Di solito, si annunciano certezze, si svelano collezioni, si presentano capolavori. Lui no. Lui parla di apprendimento, di scoperta, di un incredibile bisogno di conoscere. Ha passato una vita a creare moda. Ora dice che questo nuovo capitolo lo terrà giovane. E forse è proprio questa la chiave per leggere l’intera operazione: non un atto di possesso, ma un atto di esposizione al mondo – e a se stesso.

Il peso della scelta (e la leggerezza della bellezza)

Quando si acquista un palazzo veneziano del XV secolo, affacciato sul Canal Grande, si potrebbe pensare a un’operazione di prestigio, l’ultimo trofeo di una carriera consacrata. Van Noten e Patrick Vangheluwe, invece, raccontano di aver cercato qualcosa non troppo grande e non troppo decorato. Una specie di tela bianca. Una neutralità che permettesse alle opere di parlare senza competere con l’architettura.

E poi hanno trovato l’esatto opposto. Palazzo Pisani Moretta è una celebrazione dell’eccesso decorativo. Affreschi del Tiepolo e del Guarana, stucchi rococò, specchi dorati, una maestosità che avrebbe intimorito chiunque. La tentazione, per molti, sarebbe stata quella di imbiancare tutto, di rimuovere il superfluo, di fare spazio. Van Noten invece ha detto sì proprio a quell’eccesso. Ha capito che la sfida non era cancellare la storia, ma metterla in dialogo con il presente.

Questa è la prima scelta curatoriale, forse la più radicale. Non si tratta di imporre una neutralità asettica su uno spazio storico. Si tratta di accettare la tensione. Come ha spiegato lo stesso Van Noten, sono proprio quelle differenze a diventare parte integrante della narrazione. La bellezza, qui, non è armonia. È spesso dissonanza. È un accordo che non ti aspetti.

Una narrazione che non segue il filo

La mostra inaugurale, intitolata The Only True Protest is Beauty, evita deliberatamente un percorso lineare. Non c’è un inizio, uno sviluppo e una fine. Non c’è una tesi da dimostrare. Invece, ci sono venti sale – alcune immense, altre intime – e oltre duecento opere distribuite su tre piani. Ma la disposizione non segue un criterio cronologico né tematico rigido. È fatta di incontri, affinità improvvise, contrasti studiati. Percorrendo le stanze del palazzo, ci si imbatte in abiti di Christian Lacroix e di Comme des Garçons, fotografie di Steven Shearer, gioielli di Codognato, ceramiche di Kaori Kurihara e sculture di Peter Buggenhout. Salendo ai piani superiori, si scoprono anche opere che incorporano l’intelligenza artificiale, come una partita a scacchi realizzata con oro, seta e pietre preziose. Sono solo alcuni degli incontri che il percorso riserva. Il visitatore non segue una storia. Si muove. E muovendosi, costruisce da solo i legami.

C’è un dettaglio tecnico che rivela l’attenzione per l’azione piuttosto che per l’oggetto: oltre venti video accompagnano la presentazione. Non sono didascalie. Sono finestre sui processi. Mostrano le mani al lavoro, i gesti che danno forma ai materiali, la cura e il tempo che ogni creazione richiede. Non si capisce davvero un’opera finché non si vede come è stata fatta. È un rovesciamento della logica museale classica: di solito si guarda il risultato, qui si guarda il gesto. L’opera diventa quasi un pretesto per raccontare il fare.

Dries Van Noten Venezia
Foto di Settimo Cannatella per Venezia da vivere

L’assenza più notevole

In mezzo alle opere – moda, gioielli, ceramiche, vetri, sculture, mobili di design – manca qualcosa. Volutamente. Non c’è un solo abito firmato Dries Van Noten. Lo stilista, che per quasi quarant’anni ha messo il suo nome su collezioni intere, decide di cancellarsi dalla scena. Non è un atto di modestia. È un atto di intenzione.

L’autore non scompare per umiltà, ma per rendere possibile un altro tipo di conversazione. Se ci fosse il suo lavoro, lo sguardo del pubblico sarebbe attratto da quello, finirebbe per diventare il centro, il riferimento. Invece, liberato dal proprio nome, Van Noten può agire come curatore – una funzione diversa, quasi opposta. Il curatore non crea oggetti, crea relazioni. Mette in fila domande, non risposte.

Ed è proprio qui la scelta più significativa: accostare nomi celebri a voci meno note, creando suggestioni sempre più attuali e necessarie. Come Ayham Hassan, giovane palestinese, che ricorda come a Gaza non si possa solo piangere né solo essere tristi. Bisogna anche sopravvivere, pensare alle feste di domani, a cosa ci si metterà, a come ci si vestirà per celebrare la vita. Per Van Noten, questa è l’essenza della mostra: la bellezza come insistenza.

Il contesto come medium

Perché Venezia? La domanda sorge spontanea, e la risposta non è scontata. Van Noten parla della città come di un organismo vivente modellato dall’acqua e dall’immaginazione. Ma non è solo un colpo di fulmine estetico. È una scelta strategica e culturale.

Venezia è una città in equilibrio instabile. Sull’acqua, certo, ma anche sul turismo di massa, sugli accessi contingentati, su un’economia che rischia di diventare una vetrina senza retrobottega. La pressione è evidente. Eppure, Venezia rimane un crocevia unico: studenti, galleristi, intellettuali, artigiani – tutti convergono lì, attratti da qualcosa che non si trova altrove.

La Fondazione non vuole aggiungere folla alla folla. Vuole invece inserirsi nel tessuto locale. Van Noten e Vangheluwe allargano lo sguardo. Sostengono il vetro di Murano ma anche il merletto di Burano. Non per esporlo in una teca, ma commissionando nuovo lavoro, offrendo residenze e uno spazio di vendita per giovani artigiani. L’artigianato, per loro, è una lingua viva: servono committenze, visibilità, opportunità economiche. È un’architettura di relazioni che mira a far circolare valore, non a estrarlo.

Niente collezione permanente

Forse l’elemento più sorprendente del progetto è anche il più silenzioso: la Fondazione non avrà una collezione permanente. Nel palazzo esistono già beni storici, ma non verranno trasformati in un museo. Invece, ogni presentazione sarà temporanea. Ogni capitolo si aprirà e si chiuderà. Ciò che rimane costante non è l’oggetto, ma lo sguardo curatoriale.

Questa è una scelta controcorrente. La maggior parte delle fondazioni private aspira a costruire una collezione, a lasciare un segno fisico, a competere con i grandi musei. Qui si sceglie deliberatamente la leggerezza, la rotazione, l’impermanenza. Van Noten non vuole imprigionare la bellezza in una proprietà. Vuole che continui a circolare, a sorprendere, a interrogare.

Foto di Settimo Cannatella per Venezia da vivere

L’unica vera protesta

Il titolo della mostra è preso in prestito da Phil Ochs, cantautore americano che scrisse quel verso durante la guerra del Vietnam. Van Noten ha scelto di tralasciare la parte più cupa del contesto – «viviamo già abbastanza consapevoli della durezza del presente», ha detto. Per lui la bellezza non è evasione né rifugio, ma una lente per guardare il mondo diversamente: può essere gentile ma non passiva, può sollevare domande che disturbano la compiacenza.

In questo senso, le scelte prese sono la dimostrazione che la bellezza può nascere anche dove tutto sembrerebbe negarla. La Fondazione non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Un luogo dove un ex stilista ha deciso di mettersi in gioco, di imparare, di lasciarsi sorprendere. E dove il pubblico è invitato non a consumare bellezza, ma a farsi interrogare da essa. In fondo, l’unica vera protesta è questa: continuare a cercare, continuare a mostrare, continuare a credere che le mani, il tempo, la cura – e sì, anche la bellezza – abbiano ancora qualcosa da dire.

The Only True Protest is Beauty  

Palazzo Pisani Moretta, Venezia

25 aprile – 4 ottobre 2026