Ludovico Tersigni, il coraggio di mettersi in dubbio e il diritto alla creatività

Vicino ai trent’anni, l'artista sceglie il silenzio e la profondità: tra scrittura, arte e pensiero, si racconta in un momento di intensa ricerca interiore

Ludovico Tersigni si avvicina ai trent’anni, ma non ha certo voglia di fare rumore nel festeggiarli, anzi. L’attore, scrittore e artista romanodi Nettuno, in realtà, orgogliosamente») sta vivendo un momento particolarmente florido e intenso di ricerca personale, per allontanare quell’opprimente “vuoto” che soffoca la nostra generazione e «ci allontana sempre più dal senso stesso dell’esistenza».

Due anni fa, infatti, con coraggio e tra lo stupore di molti, uno dei volti più riconoscibili e amati del nostro cinema ha scelto di prendersi una pausa dallo schermo, dedicandosi a discipline più lente e (forse) utili per provare a capirsi e crescere con coerenza e coscienza, come la scrittura (dello scorso anno l’esordio con il ben accolto Ci vediamo oltre l’orizzonte, edito da Rizzoli) e l’arte, rifacendosi alle lezioni impartitegli inizialmente dal padre. Ludovico ci ha dedicato quasi un’ora per approfondire questi temi, in un dialogo tra arte, filosofia e sociologia contemporanea.

Ludovico Tersigni
Total look TRC. Foto di Simone Paccini e styling di Alex Sinato

«Per tornare a capire quali sono le nostre priorità più vere e autentiche non basta certo una settimana di pausa. Serve invece una costanza capace di farci ritrovare il senso della realtà»

Esordisci molto giovane con il film Arance e martello, poi diventi protagonista di Slam – Tutto per una ragazza, un film molto significativo per la generazione degli anni Novanta. Da lì ti affermi definitivamente con le serie Skam e Summertime, che fanno di te uno dei volti più riconoscibili e apprezzati. Arriva quindi il lavoro con X Factor, di cui rifiuti l’edizione successiva proprio perché inizi a sentire il bisogno di una pausa dal grande schermo e, soprattutto, dai social. Accompagni questa decisione con parole sincere e coraggiose, che raccontano l’ansia sociale che aggredisce la nostra generazione. Che cos’è per Ludovico Tersigni la FOMO?

Definisco la FOMO come una condizione di confusione, che si manifesta come l’incapacità di capire, perché distratti, dove vogliamo davvero essere, dove vogliamo collocarci e quali esperienze vogliamo vivere. Per rifarmi alla letteratura, l’unico paragone che mi viene in mente è Dante, che nella Divina Commedia colloca nell’Antinferno gli Ignavi, offrendo un’immagine che colpisce subito: una folla che corre dietro a un’insegna, senza sapere però esattamente cosa stia inseguendo.

Per tornare a capire quali sono le nostre priorità più vere e autentiche non basta certo una settimana di pausa. Serve invece una costanza capace di farci ritrovare il senso della realtà. Altrimenti rischiamo di essere galvanizzati da quei cinque secondi in cui postiamo qualcosa e ci diciamo di averlo fatto per condividerlo con gli altri, ma così facendo perdiamo davvero quell’esperienza, rinunciando a costruire un nostro percorso, una nostra personalità, un nostro carattere.

Mi piace molto questa tua risposta con riferimenti così alti. Torniamo allora al Ludovico adolescente: che studi hai fatto?

Leggo da sempre, è una passione. Ho frequentato il liceo classico ad Anzio e sono rimasto molto legato ai miei professori. La settimana scorsa, ad esempio, sono andato a salutare la mia insegnante di greco e latino e sono rimasto ad ascoltare un’ora di lezione, dedicata a Lucrezio. Torno spesso a scuola, sono molto affezionato a quegli insegnanti e a quel mondo classico che mi ha influenzato profondamente.

All’università ho iniziato Scienze Politiche, ma non mi sono mai laureato perché nel frattempo avevo già cominciato a lavorare. Ho poi seguito alcune lezioni di Lettere Moderne, continuando parallelamente un percorso personale che spazia tra vari autori e discipline.

«Mio padre era un medico appassionato di pittura e scultura. […] Crescendo, mi ha insegnato le prime tecniche: anatomia, chiaroscuro… ma soprattutto mi ha trasmesso la passione per la ricerca»

Leggo che lo yoga, in questo tuo percorso personale degli ultimi anni, ha avuto un ruolo particolarmente significativo…

Come ti dicevo, c’è una parola chiave: costanza. E lo yoga è forse l’ambito in cui l’ho dovuta applicare di più. Perché con lo yoga, se smetti di praticare, rischi di perdere tutto quello che hai conquistato con tanta fatica. Mi ci sono avvicinato per caso a Marina di Ravenna: mi stavo allenando al parco e davanti a me c’era un gruppo che lo stava praticando. Spinto dalla curiosità mi sono unito e non ho più smesso.

Lo yoga mi ha portato anche in India, dove ho portato con me alcuni libri, tra cui Zimmer sulla mitologia indiana e la Bhagavadgītā. In India ho scoperto anche il concetto del Luz, strettamente connesso al risveglio della Kundalini: un’energia che attraversa i sette chakra e regala al corpo una seconda nascita, ricollegandolo a realtà superiori e spirituali.

Come la scoperta del Luz ha influenzato l’inizio della tua ricerca artistica?

Nessuno scultore, che io sappia, ha mai tentato di rappresentare il Luz. Poco prima del mio viaggio in India avevo iniziato a studiare scultura quasi per sfida. Nell’ambito della Rome Art Week ho avuto la possibilità di partecipare a una mostra, e ho deciso di dedicare la mia personale proprio al Luz. Tornato a Roma, dopo due mesi, una notte mi sono svegliato e ho iniziato a tracciarne la forma nel buio, senza capire esattamente cosa stessi disegnando. Il giorno dopo ho capito che forse era proprio ciò che stavo cercando.

Luz, in aramaico, significa “mandorla” o “mandorlo”, ma anche “seme d’immortalità”, un concetto molto presente nell’ebraismo e nel mondo musulmano. Mi sono trovato con questo seme tra le mani e mi sono detto: È lui. Da lì è cominciata la mia ricerca, fino a completare una serie di otto sculture, di dimensioni variabili tra i dieci e i quaranta centimetri. Grazie al Luz si è chiuso un cerchio: la terza fase del mio percorso, dopo cinema e televisione.

Torniamo un attimo indietro. Accanto alla professione, tuo padre era pittore, giusto?

Mio padre era un medico appassionato di pittura e scultura. È lui che mi ha trasmesso la voglia di “dire le cose in un’altra maniera”. Fin da bambino lo guardavo dipingere, sporcavo le sue tele. Crescendo, mi ha insegnato le prime tecniche: anatomia, chiaroscuro… ma soprattutto mi ha trasmesso la passione per la ricerca.

«Fin dai tempi del liceo mi ponevo domande. Non c’è stato un evento scatenante, ma una serie di tappe che mi hanno spinto a mettere in discussione certi aspetti strutturali della nostra società»

Sono d’accordo. Non basta la tecnica, bisogna metterci dei contenuti. E mi sembra che la tua ricerca del Luz sia una sfida precisa e riconosciuta…

Sì, è il tema in cui mi rispecchio di più. Non ho avuto paura di sceglierlo. Prima di allora ogni scelta mi metteva in dubbio. Invece con il Luz ho sentito che era la cosa giusta. È stato prima nella mia testa, poi nel buio della notte e infine ha proiettato un’ombra: era reale.

Questa è una sensazione importante per un artista. Ripercorrendo il tuo cammino: scopri lo yoga, poi l’India e la filosofia spirituale. Cosa ti fa guardare a quella parte del mondo e cosa ti allontana dalla visione “occidentale”?

Fin dai tempi del liceo mi ponevo domande. Non c’è stato un evento scatenante, ma una serie di tappe che mi hanno spinto a mettere in discussione certi aspetti strutturali della nostra società. Il percorso “lineare” – scuola, università, lavoro, casa, matrimonio – mi è sembrato sempre troppo rigido. Mi sono chiesto: deve essere per forza così? Posso scegliere qualcosa di diverso? Siamo noi stessi il nostro unico elemento di esperienza.

Dopo X Factor, l’esperienza più intensa e totalizzante della mia carriera, mi sono accorto di non avere più certezze. Ma proprio in quel vuoto ho imparato a diventare più leggero. È stato un passaggio complesso, ma ora credo di stare meglio.

Nel tuo lavoro c’è una ricerca estetica vivace, fertile, che spazia tra linguaggi diversi. Quali artisti e scuole ti ispirano maggiormente?

Tra gli scultori contemporanei ammiro molto Jago, che ha saputo riportare in vita tecniche e temi di grande profondità. È un maestro nel lavorare il marmo, materiale nobilissimo che, come diceva Michelangelo, non perdona. Mi ispirano anche Brancusi e Bizhan Bassiri, che con La caduta delle meteoriti evoca una forza primordiale e misteriosa.

Con i miei Luz ho cercato qualcosa di simile: sento cose “altre” che non possono restare dentro di me. Devono uscire, perché chi le osserva possa magari trovare dentro di sé qualcosa che altrimenti non avrebbe mai notato. E sento di avere il diritto di farlo.

«Quando creo, tutto ciò che tenta di distrarmi diventa veleno. E l’antidoto più potente è proprio quel tempo personale in cui posso esprimere qualcosa di intimo e autentico»

Interessante questo passaggio: parli di diritto. Ma come definiresti il “diritto alla creatività”?

Ripensando all’otium dei latini, per me il diritto alla creatività è il diritto a ritagliarsi del tempo – che dovrebbe essere garantito a tutti – per dedicarsi alla propria espressione artistica. Che ci voglia un mese o un anno, quando l’opera è compiuta deve giustificare quel tempo. Hai tolto spazio ad altro, quindi ciò che crei non può essere banale. Ma allo stesso tempo abbiamo anche il diritto di creare senza doverci giustificare.

Sono d’accordo. Possiamo allora dire che il diritto alla creatività è lo schiaffo più forte e significativo alla FOMO?

Assolutamente sì. Quando creo, tutto ciò che tenta di distrarmi diventa veleno. E l’antidoto più potente è proprio quel tempo personale in cui posso esprimere qualcosa di intimo e autentico.

Un’ultima domanda, che ci riporta ai temi iniziali. Che consiglio daresti a un ragazzo che non vive nella tua condizione, che non ha la tua forza, cultura o sensibilità, ma che prova quel vuoto allucinante che oggi ci soffoca tutti?

Gli direi di leggere Il Cavaliere inesistente di Italo Calvino così tante volte da arrivare alle lacrime e toccare la disperazione più assoluta. E poi… ricominciare da capo.

Ludovico Tersigni
Ludovico Tersigni, artwork di Jacopo Ascari

Ludovico Tersigni, mentre mi racconta che sta preparando una nuova mostra, mi mostra alcuni quadri anche di grandi dimensioni («dipingo in casa o sul balcone»), che esprimono tutta la vitalità creativa di cui abbiamo appena parlato. Accanto a nuove raffigurazioni del Luz, riemergono temi classici, con opere dedicate a miti e architetture che superano un approccio puramente figurativo, nonostante Ludovico sia un disegnatore straordinario.

Mi mostra alcuni nudi particolarmente riusciti e sensuali («il nudo potrebbe essere la mia prossima tappa»), e la sua collezione personale, molto ricca. Predilige pezzi piccoli, spesso realizzati da amici, accostati ai bei lavori del padre e ad alcune nature morte intense ed evocative («ti piace questa opera? Nella sua semplicità è piena di significati»). Ludovico ammette che la sua ricerca personale è solo all’inizio. Sta ancora esplorando. Lo ringrazio per avermi accolto nel suo atelier e avermi raccontato su cosa sta lavorando.