Corpi come archivi viventi: MASBEDO portano il futuro nelle rovine di Roma

Il duo artistico milanese firma 2026 AC, una performance immersiva tra le vestigia marmoree della Basilica Ulpia. Cinque performer, schermi-dorso e un suono che insegue la storia: così l’archeologia incontra il flusso mediale del contemporaneo

Scendere al piano –1 di Foro Traiano 1 significava attraversare più di duemila anni in un solo passo. Tra i blocchi marmorei rimasti — unici frammenti superstiti della Basilica Ulpia, la più grande basilica civile dell’Impero Romano — cinque performer si muovevano lentamente, quasi costretti da un ritmo invisibile. Sulle loro schiene, degli schermi emettevano immagini in movimento. Uno di loro reggeva sulle spalle un dispositivo sonoro, e gli altri lo seguivano, lo inseguivano, come se il suono fosse un’entità autonoma da accompagnare nel suo errare.
Questo era 2026 AC, il nucleo dell’Episodio III del programma artistico di FOROF, firmato da Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni — il duo noto come MASBEDO.

Attivi dal 2000 al confine tra video art, performance e installazione, hanno esposto in istituzioni come la Biennale di Venezia, il MoMA di New York, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra. La loro ricerca ha sempre indagato il rapporto tra corpo, tecnologia e memoria collettiva, con una particolare attenzione alla dimensione sonora come elemento strutturale dell’esperienza. Una serata riservata a gruppi di venticinque persone alla volta, che ha trasformato uno dei siti archeologici più significativi di Roma in un paesaggio sensoriale inedito.

MASBEDO
La performance di MASBEDO

Il corpo come superficie di iscrizione

In 2026 AC la poetica di MASBEDO tocca una vetta di sintesi rara: il performer non è solo interprete, è supporto. Lo schermo che porta sulla schiena lo trasforma in archivio ambulante, in un’interfaccia vivente tra il passato stratificato del luogo e il rumore visivo del presente. Il titolo stesso gioca con la doppia accezione cronologica: l’anno in corso e la sigla latina ante Christum, una sovrapposizione temporale che è dichiarazione di metodo. Il tempo non scorre in modo lineare nell’opera di MASBEDO: si stratifica, si inceppa, si replica.

«I corpi indossano suono e immagine, configurandosi come archivi viventi: superfici di iscrizione attraversate dal rumore del contemporaneo e dalla persistenza della storia» dichiarano Massazza e Bedogni. «La performance mette in tensione rovina materiale e flusso mediale, monumentalità e attualità, costruendo un campo di frizione tra ciò che resta e ciò che irrompe».

Il piano –1 di Foro Traiano 1

Il dialogo con INFRASUPRA di Alicja Kwade

La performance si inserisce nella Stagione V di FOROF, curata da Valentino Catricalà, il cui fulcro è l’installazione INFRASUPRA dell’artista polacca Alicja Kwade — visitabile fino al 29 luglio 2026. Sfere di pietra e metallo sospese in equilibri precari, strutture che esplorano la dualità tra forze opposte: potere e controllo, visibile e invisibile. MASBEDO non si limitano a coesistere con l’opera: la abitano, la interrogano, la attivano. Il dualismo di Kwade si traduce in un corpo che è allo stesso tempo soggetto e oggetto, che porta la tecnologia senza esserne dominato, che segue un suono senza raggiungerlo mai del tutto.

«La capacità dei MASBEDO di integrare lavoro con tecnologie audio e video e interventi site-specific è unica» sottolinea Catricalà. «I performer attraversano lo spazio riproponendo in chiave contemporanea quel dualismo tra potere e controllo evidente in INFRASUPRA. E noi che li vediamo siamo lì, parte di una grande nuova esperienza che ci porta nelle profondità della nostra memoria umana e archeologica».

MASBEDO
La performance di MASBEDO

Archeologia come pratica del presente

Il ritmo lento delle azioni impone allo spettatore una modalità contemplativa insolita per l’arte contemporanea. Non si è davanti a un’opera da decodificare velocemente: si è dentro un’esperienza che chiede tempo, che richiede di abitare l’incertezza. La scelta di limitare il pubblico a venticinque persone per sessione rafforza questa dimensione: non uno spettacolo di massa, ma un’esperienza quasi rituale, in cui il confine tra osservatore e partecipante si assottiglia. 2026 AC prende sul serio il luogo non come cornice ma come interlocutore, portandolo in una direzione inedita dove la tecnologia non è strumento di distanza bensì di profondità.

Il programma continuerà nei prossimi mesi sotto il segno di Artflix — neologismo coniato da Giovanna Caruso Fendi per descrivere la metodologia della Stagione, che fonde serialità e arte dal vivo in un sito di eccezionale rilevanza storica. «Gli artisti invitati», spiega Caruso Fendi, «sono stati capaci di restituirci la grandiosa e così attuale tematica di Kwade: l’utopico equilibrio tra potere e controllo, su cui in questa epoca vale la pena soffermarci a riflettere». Una riflessione che, tra le rovine del Foro Traiano, non potrebbe trovare cornice più appropriata, un ponte perfetto tra passato e futuro.