C’è un punto esatto in cui la moda smette di essere solo abbigliamento e diventa manifesto. Per André Courrèges, quel momento arrivò sessant’anni fa, con la collezione primavera‑estate di alta moda 1965. Oggi, quella stessa energia visionaria torna a vivere nella prima mostra tematica che la Fondation Maeght dedica al dialogo tra moda e arte: Peter Knapp – The Era of Courrèges, in programma dal 14 maggio al 1° novembre 2026.
Non è un caso che l’incontro avvenga proprio qui, tra le colline di Saint-Paul‑de‑Vence. La Fondation Marguerite et Aimé Maeght, inaugurata nel 1964 da André Malraux, è stata la prima fondazione francese dedicata all’arte moderna e contemporanea. E fin dall’inizio, i coniugi Maeght l’immaginarono come un luogo di incontro per artisti di tutte le discipline. Un’idea che nel decennio dei grandi sconvolgimenti sociali, gli stessi che avrebbero travolto anche la moda, si rivelò profetica.


Courrèges attraverso l’obiettivo di Peter Knapp
Nel 1965, quando André Courrèges presentò la sua collezione di alta moda, il mondo della couture non era pronto. Lui sì. Aveva messo da parte ogni convenzione per concentrarsi su silhouette e architettura: minigonne, bianco assoluto, forme tagliate con precisione da ingegnere civile qual era. La stampa lo battezzò subito “bombe Courrèges”. Era la nascita della donna moderna.
A fermare quella rivoluzione in immagini fu Peter Knapp, fotografo, amico della famiglia Maeght e di Courrèges stesso. Per il numero 1002 di ELLE (marzo 1965), Knapp realizzò un servizio che infrangeva ogni regola: le modelle sembravano fluttuare, sospese nello spazio, come appena uscite da un’orbita ancora inesplorata. Quella serie è oggi il cuore pulsante della mostra, presentata in quattro grandi stampe affiancate da altri scatti, materiali d’archivio e alcuni degli abiti originali del 1965.
Il sodalizio tra i due durò a lungo e Courrèges trovò in lui il collaboratore più fedele, capace di tradurre in fotografia l’energia, l’ottimismo e l’originalità del designer. Lo stesso legame profondo lo univa ai Maeght. Già nel 1978 realizzò a Saint-Paul‑de‑Vence un servizio per una brochure Courrèges, ritraendo le modelle accanto alle sculture di Alberto Giacometti o davanti ai grandi dipinti di Ellsworth Kelly. Da lì nacque l’amicizia con Adrien Maeght, che sarebbe durata negli anni.

La visione di André Courrèges
Courrèges non voleva fare moda per il presente. Voleva anticipare il futuro. Ex studente di ingegneria, poi allievo di Cristóbal Balenciaga, portò nel mondo della couture un approccio radicalmente diverso: l’abito come struttura, ogni proporzione calcolata, ogni elemento pensato per una funzione precisa.
La sua rivoluzione si vede subito nei codici che ancora oggi identificano il marchio. Il bianco, non un bianco qualsiasi, ma un bianco ottico, quasi luminoso, che rimanda alle superfici spaziali e ai laboratori di ricerca. I materiali innovativi come il PVC e il vinile. La silhouette geometrica, lontana dal corpo, che non segue le curve ma le incornicia. E poi i simboli che hanno segnato un’epoca: stivali bianchi, minigonne, tagli netti, occhiali a fessura.
Eppure, per Courrèges, non era solo questione di estetica. C’era una filosofia più profonda: liberare il corpo della donna dai vincoli del passato. Niente corsetti, niente reggiseni, niente decorazioni superflue. Abiti da giorno pensati per la vita reale, per le donne che lavorano, per le donne in movimento. Uno stile che non è solo una visione estetica ma corrisponde a una filosofia che definisce un modo di vivere.

Un’eredità che non invecchia: Nicolas Di Felice
Dopo la scomparsa di André Courrèges nel 2016, il rischio per il marchio era quello di diventare uno dei tanti brand‑zombie, fermi a citare il passato senza più anima. Non è successo. Anzi, la rinascita degli ultimi anni è uno dei casi più riusciti nel panorama della moda contemporanea.
Nel 2020 è stato nominato direttore artistico Nicolas Di Felice, già nelle file di Louis Vuitton, Dior e Balenciaga. Il suo approccio, come ha raccontato di recente, è tutto deduttivo: non partire dagli archivi per copiare le forme del passato, ma tornare alle premesse originali di Courrèges e tradurle nel linguaggio di oggi. «La cosa peggiore sarebbe cercare di copiare, parodiare, resuscitare ciò che non esiste più. Niente invecchia un marchio più dell’imitarsi da soli», ha dichiarato.
Il risultato è che le geometrie di Di Felice sono ancora quelle del cerchio e dell’ellisse care a Courrèges. Ma i tessuti duri e rigidi che un tempo servivano a creare uno scudo intorno al corpo hanno lasciato il posto a jersey morbido, denim, maglieria che segue invece le forme – con la stessa intenzione liberatoria. Se negli anni Sessanta la modernità era l’esplorazione dello spazio, oggi è l’esplorazione delle identità e delle possibilità dell’abito. Courrèges oggi è moda senza genere, modulare, indossabile da tutti.
Curiosamente, anche il discorso sui colori si è rovesciato. Courrèges portò il bianco e i colori brillanti per liberare le donne dai grigi e dai blu della moda degli anni Cinquanta. Di Felice, in un’epoca, forse, troppo colorata, ha stretto la sua palette. Stessa esigenza, risultati opposti.

Perché questa mostra non è solo una retrospettiva
La mostra The Era of Courrèges arriva in un momento preciso. Nel maggio 2026, proprio mentre i cancelli della Fondation Maeght si aprono, Drew Henry diventa il nuovo direttore artistico della maison in un rilancio che si annuncia già come il prossimo capitolo di una storia lunga sessantacinque anni.
Ma c’è un’altra ragione, più profonda. Courrèges, fin dalle origini, ha sempre cercato il dialogo con altre arti. Lo dimostra la presenza di Merce Cunningham alla Fondazione nel 1965, lo stesso anno della collezione rivoluzionaria. Lo dimostra l’ammirazione di Courrèges per Giacometti. E lo dimostra, oggi, la scelta di affidare a un fotografo – a Peter Knapp – il compito di raccontare non solo degli abiti, ma un’intera visione del mondo.
Passeggiando per le sale della Fondazione Maeght, tra le sculture e i quadri della collezione permanente, accanto ai grandi formati di Knapp e agli abiti, si capirà forse una cosa semplice: il futuro, per Courrèges, non è mai stato lontano. Era già lì, bianco e silenzioso, in attesa di essere indossato.