A Venaria Reale, trentuno manichini metallizzati riflettono la luce e chi li osserva. Non indossano abiti, li interpretano. Regine in scena non è una vetrina di costumi preziosi, ma un’indagine su come l’abito costruisca potere, distanza, presenza. A Roma, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ha riaperto una ferita. After. Un percorso di lavoro. Fendi/Karl Lagerfeld 1985 non è una mostra, è una domanda sul confine tra moda e arte. A Gorizia, Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte, moda, design abbraccia un decennio intero per mostrare come i linguaggi creativi si siano contaminati, scambiati materia e idee, fino a diventare quasi indistinguibili. E a Parigi, nel sotterraneo di Dover Street Market, l’IED porta in scena Substructure, che rovescia la prospettiva: non l’abito finito, ma ciò che lo precede. Quattro modi di raccontare la stessa cosa: la moda non è effimera. È memoria, politica, laboratorio, processo.
L’abito come narrazione di potere: la mostra Regine in scena
A Venaria, il percorso si muove attraverso mito, storia e fantasia. Non c’è gerarchia: una regina leggendaria vale quanto una storica, una creazione fantasiosa quanto una ricostruzione filologica. L’abito di Titania, regina delle fate, leggero e stratificato, reagisce alla luce creando un effetto quasi immateriale. La regina degli specchi di Monica Bellucci, sospesa tra apparenza e verità, combina elementi storici e suggestioni fantastiche. E poi le figure del mito: Clitemnestra di Rossella Falk, con costumi di Arnaldo Pomodoro che assumono una dimensione scultorea; Giocasta di Silvana Mangano, firmata Danilo Donati, che definisce il ritmo e la presenza del personaggio.
Ma c’è anche la storia: Paolina Borghese Bonaparte, Elisabetta I d’Inghilterra e Maria Antonietta, che in Le Déluge segue visivamente il crollo del potere. Dalle vesti sfarzose all’essenzialità finale. I costumi provengono da archivi come le Gallerie degli Uffizi e la Fondazione Cerratelli. Li accompagnano bozzetti, parrucche, gioielli.

Il confine tra moda e arte con Fendi/Karl Lagerfeld 1985
A Roma, il discorso si sposta sul confine. Nel 1985, Palma Bucarelli portò la moda in un museo d’arte. La critica si divise. Il problema non era la qualità, le pellicce di Lagerfeld per Fendi erano straordinarie, ma il gesto stesso: la moda varcava la soglia del tempio dell’arte. Oggi, Maria Grazia Chiuri ha voluto riattivare quell’operazione. La curatela di Maria Luisa Frisa non propone una replica: molti originali sono andati perduti, l’allestimento si è adattato. Ma la mostra restituisce il metodo di Lagerfeld: cinquanta tavolette che documentano sperimentazioni su concia e tinture; 180 disegni, 7 tele preparatorie, 25 pellicce. Il film Histoire d’Eau di Jacques de Bascher racconta la nuova donna Fendi. La rassegna stampa dell’epoca — Argan, Calvesi, Bonito Oliva, Sgarbi — suona come una domanda ancora aperta: la moda ha diritto a entrare nei musei? O è il museo che deve ripensare i propri confini?


Italia Settanta racconta un decennio di contaminazioni
A Gorizia, il discorso si allarga a un intero decennio. Italia Settanta mostra come arte, moda e design abbiano smesso di essere mondi separati. Hanno scambiato materiali, linguaggi, idee. Le arti visive con Burri e Afro, ma anche Gino De Dominicis, Giorgio Griffa, Ugo Nespolo, Michelangelo Pistoletto. E la moda con la nascita dello “stilista” con Walter Albini; le geometrie di Missoni; la giacca destrutturata di Armani, che ridefinisce l’eleganza urbana. E poi il Cretto di Roberto Capucci — sassi e corde sul tessuto — che dialoga con le materie. Il jeans pop di Fiorucci, che trasforma l’abbigliamento da strada in fenomeno globale. E, ultimo ma non per importanza, il design. La poltrona Joe di De Pas-D’Urbino-Lomazzi, che contesta il rigore del mobile tradizionale con la sua forma a guantone da baseball; la Divisumma 18 di Mario Bellini per Olivetti, avvolta nella sua membrana di gomma flessibile; Sottsass e la lampada Valigia, Mendini e lo Studio Alchimia, che aprono la strada al gruppo Memphis. A Gradisca d’Isonzo, la Galleria Spazzapan aggiunge FVG Settanta: una ricerca archivistica che riporta alla luce le reti artistiche del territorio.

Il processo prima del prodotto: Substructure
A Parigi, l’Istituto Europeo di Design compie un’operazione diversa. Invece di esporre abiti finiti, Substructure scende nei sotterranei di Dover Street Market, un piano semibuio e quasi vuoto, per mostrare ciò che sta dietro la creazione. Non il capo compiuto, ma il suo scheletro invisibile: intuizioni, immagini, bozzetti, toiles, dubbi, frammenti di ricerca. Un flusso di pensiero reso visibile.
Le pareti sono animate da proiezioni di centinaia di composizioni visive dai book di studenti e alumni IED Milano, accompagnate da un soundscape originale creato dagli studenti di Sound Design. Emergono poi, come presenze silenziose, telai da prova e silhouette: abiti in embrione, incompiuti, sospesi tra l’idea originaria e il capo finito. È l’insieme di istanti che precede la visibilità di un look: quando l’intuizione, la memoria, la ricerca e la tecnica iniziano a dare vita alla forma.
Curata da Umberto Sannino e Serena Toffetti, l’esposizione trasforma uno spazio fisico nella metafora visibile di un cervello creativo al lavoro. Non celebra il prodotto, ma il processo; quel momento caotico e affascinante in cui un’idea non è ancora nata, ma sta per farlo.


La superficie che si fa storia
Quattro mostre, una domanda comune. A Venaria, l’abito è racconto di potere. A Roma, è confine da ridefinire. A Gorizia, è laboratorio di contaminazione. A Parigi, è processo prima del prodotto. In tutti i casi, la moda smette di essere apparenza per diventare ciò che forse è sempre stata: cultura. Non una cultura leggera, ma capace di interrogare il passato, il presente, i confini tra le discipline e persino ciò che precede la forma. Capace di restituire alla superficie la sua profondità.