Corpi glitch: la nuova generazione di artisti che trasforma memoria e identità

Instabili, radicali e pieni di possibilità. Il racconto della una nuova generazione di artisti che sta riscrivendo le regole dell'identità

In un’epoca in cui i confini tra reale e virtuale si fanno sempre più labili, una nuova generazione di artisti sta riscrivendo le regole dell’identità, della memoria e del corpo. Lontani dall’idea di un sé unitario, coerente e lineare, questi creativi operano in una zona liminale dove il passato si fonde con il futuro, l’errore diventa linguaggio e l’archivio personale si frantuma in pixel e carne. Sono i protagonisti del nuovo immaginario post-digitale: ibridi, glitchati, post-genere, post-umani.

Chi sono questi artisti?

Parliamo di figure come Lu Yang, artista cinese che crea avatar digitali senza genere in ambienti saturi di estetica videoludica e cyberpunk, o Cassils, artista canadese che utilizza il proprio corpo transgender come campo di battaglia per esplorare la violenza, la trasformazione e la memoria del trauma. C’è anche chi, come Tabita Rezaire, fonde spiritualità africana, hacking e videoarte per riscrivere le narrazioni coloniali e recuperare memorie ancestrali attraverso un’estetica digitale disobbediente.

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Artwork di Lu Yang

Altri nomi chiave includono Jacolby Satterwhite, che lavora con la ricostruzione di archivi familiari in mondi 3D immersivi, o Sabrina Ratté, artista canadese che crea ambienti digitali astratti dove l’identità si dissolve in paesaggi sintetici. Questi artisti provengono da contesti culturali e geografici diversi, ma condividono una comune urgenza: ripensare chi siamo nell’era dell’algoritmo.

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Lubricate Coil Engine – Decolonial Supplication. Healing circle di Tabita Rezaire
Corpi glitch
PHARMAKON 2025 di Sabrina Ratté

Il tempo come materiale instabile

Per questa nuova generazione, il tempo non è una linea retta ma un archivio corrotto, un loop, un flusso disturbato. Il passato non è più fonte di verità, ma di reinterpretazione continua. In questo senso, il lavoro di Morehshin Allahyari è emblematico: l’artista iraniana utilizza la stampa 3D per “resuscitare” oggetti culturali distrutti dall’ISIS, inserendo al loro interno archivi digitali che raccontano storie alternative, marginali, queer.

La memoria è quindi fluida, selettiva, hackerabile. Non si tratta più di conservare, ma di riscrivere. Il glitch – quell’errore tecnico tipico dei media digitali – non è più una falla, ma un’estetica consapevole che svela le crepe nei sistemi di rappresentazione. In questa linea si collocano artisti come Rosa Menkman, pioniera della glitch art, che considera l’errore non solo un linguaggio ma una possibilità politica.

Corpo, digitale, identità: un’alleanza instabile

Il corpo, in questa nuova estetica, è tutt’altro che stabile. È un’interfaccia tra carne e codice, un archivio emotivo che muta, si espone, si disintegra e si ricompone. L’identità non è più definita da genere, origine o biologia, ma diventa uno spazio performativo e fluido. La performance torna così centrale, come nel lavoro di Eisa Jocson, artista filippina che interpreta e sovverte i codici del corpo asiatico nei sistemi dello spettacolo globale. O come Juliana Huxtable, artista e performer afroamericana che fonde scrittura, musica, arte visiva e club culture per costruire un sé multiforme e transdimensionale.

Il digitale non è solo strumento, ma corpo stesso: ambienti 3D, avatar, filtri e intelligenze artificiali diventano nuovi dispositivi per incarnare identità alterate. Il glitch, in questo senso, è anche un atto di resistenza: mostra ciò che è nascosto, ciò che non funziona, ciò che non vuole rientrare nella norma.

I linguaggi della metamorfosi

Questi artisti si muovono con disinvoltura tra media diversi: performance, videoarte, installazioni immersive, scultura aumentata, realtà virtuale. Non esiste più una disciplina dominante, ma una contaminazione continua che riflette l’ibridazione stessa del soggetto contemporaneo. Le opere sono spesso esperienze multisensoriali e sinestetiche, pensate non tanto per essere “guardate” quanto per essere attraversate. Si entra, si interagisce, si è coinvolti. Come nei lavori di Zach Blas, che crea installazioni interattive e film speculativi su sorveglianza, intelligenze artificiali e resistenza queer.

La nuova generazione di artisti non si limita a rappresentare l’identità: la performa, la distorce, la reinventa. In un’epoca di sorveglianza algoritmica e crisi ecologiche, dove il corpo è sempre più mediatizzato e la memoria sempre più digitalizzata, questi creativi ci obbligano a ripensare chi siamo e chi potremmo essere. Non più corpi stabili, ma corpi glitch, instabili, radicali, pieni di possibilità.

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Jubilee 2033 da Contra-Internet di Zach Blas. 2018, fermo immagine del film in HD
Featuring Cassils as Nootropix – Courtesy Zach Blas