Arriva sempre quel momento, in ogni epoca, in cui l’umanità sente il bisogno di guardarsi indietro. Non per nostalgia, ma per capire quali movimenti, quali posture, quali emozioni stanno ancora vibrando dentro di noi senza che ce ne accorgiamo. È ciò che lo storico dell’arte Aby Warburg chiamava Pathosformel. Schemi emotivi che attraversano la storia come fantasmi, riaffiorando ogni volta in forme diverse.
Questo è il punto di partenza di Pathos Formulas, la mostra dell‘Istituto Europeo di Design a Pitti Uomo 110. Sarebbe riduttivo definirla semplicemente una mostra. È piuttosto un dispositivo che mette in cortocircuito passato e presente, moda e arte, corpo e immagine, suono e silenzio.

Corpi che si ricompongono
Entrando nello spazio dell’ex Teatro dell’Oriuolo, la prima sensazione è di essere osservati. I gesti che facciamo oggi non sono mai completamente nostri: portano con sé echi di altri corpi, di altre epoche. Quando alziamo un braccio per indicare, per salutare, per difenderci, stiamo ripetendo qualcosa che l’umanità ha già fatto milioni di volte. A renderlo visibile è Living Gesture, che cattura il corpo in tempo reale attraverso sensori di movimento e lo trasforma in flussi di punti luminosi. Il movimento diventa un archivio vivente di presenza e ripetizione.
Accanto, un abito di ispirazione vittoriana galleggia in paesaggi che ricordano i dipinti di Caspar David Friedrich, ma la natura è quella degli abbandoni urbani, delle periferie dimenticate. La figura femminile è in bilico tra passato e presente, come se il Romanticismo tedesco avesse deciso di trasferirsi in un sobborgo contemporaneo. Sublime Terrain si compone di immagini che formano una memoria visiva stratificata, in cui passato e presente si dissolvono in un’estetica contemplativa e fluida.
C’è poi chi gioca sulla tensione tra costruzione e collasso. Da un lato, la silhouette come armatura sociale. Dall’altro, il corpo che cede, la materia che si corrompe, la gravità che vince sempre. L’ispirazione è Albrecht Dürer e le sue proporzioni perfette, ma le fotografie delle silhouette storiche vengono corrotte da griglie geometriche che ne rivelano la fragilità. È il dialogo al centro di Memory Silhouette, dove l’illusione del controllo umano si scontra con la materia che resiste.


I tessuti raccontano storie
La moda, in questa mostra, non è mai fine a sé stessa. L’andatura, il modo in cui camminiamo, diventa il filo conduttore di una riflessione sul corpo come luogo di perpetua mutazione. Il tessuto diventa una seconda pelle che riflette il tumulto interiore, la fragilità dell’esistenza, la vitalità che non si arrende. Movimento fragile fonde design tessile, fotografia e ricerca accademica in un incrocio di discipline che è tipico dell’approccio IED, esplorando come l’artigianato sperimentale possa ridefinire il rapporto tra il corpo, la sua storia e il suo involucro.
Un’altra riflessione porta questa tensione su un piano più drammatico. La figura dell’angelo caduto di Dante diventa metafora della caduta come trasformazione. L’abito ha un’unica ala realizzata con materiali cuciti e rimaneggiati che conservano le tracce della loro manipolazione, quasi fossero cicatrici. Non è una caduta vittoriosa, ma nemmeno una sconfitta definitiva: è un momento sospeso tra punizione e rinascita. In Fallen Angel, il capo viene presentato su uno sfondo video che lo inserisce in un dialogo tra presenza e occultamento.
C’è poi chi sceglie la via dell’eccesso. La figura di Maria Antonietta viene riletta in chiave contemporanea attraverso illustrazione e fotografia. Modern Antoinette non celebra il lusso, ma lo interroga: cosa significa oggi desiderare l’eccesso? Quali maschere sociali indossiamo per apparire ciò che non siamo? L’opera istituisce un parallelo tra le dinamiche sociali del Settecento e quelle contemporanee, invitando a una riflessione che supera la superficie estetica.

L’archivio come forma di resistenza
Pathos Formulas stravolge il senso tradizionale dell’archivio, sottraendolo all’immobilità per trasformarlo in un dispositivo in continua evoluzione. L’impalcatura grafica studiata per la mostra mette in collegamento i diversi lavori, trama legami tra le immagini e i concetti attraverso accostamenti e dialoghi incrociati. Il materiale editoriale che documenta l’esposizione si sviluppa su due strati: un corpo centrale che restituisce il senso complessivo del progetto e un insieme di fogli volanti, ciascuno riservato a un singolo lavoro. Un sistema che favorisce lo scambio tra le opere senza stabilire priorità, reso possibile da Trasparenza dell’archivio.
Il suono introduce una dimensione ulteriore. Un dispositivo quadrifonico pervade l’intera area espositiva, trasformando la teoria di Warburg in percezione fisica. La registrazione storica di Vesti la giubba si mescola a sonorità contemporanee, in un intreccio dove passato e presente si compenetrano: la veste tecnologica si trasforma, ma ciò che proviamo resta riconoscibile. Suono temporale gioca con gli strati del tempo, costruendo un enigma acustico di memoria e percezione.
C’è infine chi trasferisce questa riflessione sul terreno dell’architettura applicata alla moda. Forme senza soluzione di continuità interpreta il principio dello “seamless” — quella continuità che abbatte le barriere tra le superfici — nella progettazione di accessori. Suole, tacchi, strutture portanti si fondono in un unico flusso materico che comunica un senso di movimento inarrestabile e trasformazione permanente. L’oggetto non è più un assemblaggio di pezzi distinti ma un organismo unitario.


Il palcoscenico fiorentino
Firenze, in tutto questo, non è solo una location. La città che Warburg ha amato e studiato diventa il teatro di questa riattivazione del suo pensiero. L’ex Teatro dell’Oriuolo si trasforma in un nuovo tipo di palcoscenico: quello della memoria che si fa corpo, tessuto, suono, immagine.
E c’è un elemento che lega tutto questo all’anniversario dell’IED. I sessant’anni della scuola, con il tema Plural Intelligences, trovano in Pathos Formulas una declinazione concreta. La capacità di mettere in dialogo discipline diverse, di far lavorare insieme designer e fotografi, stylist e sound designer, illustratrici e interior designer. Il terzo numero del Journal Notes on Plural Intelligences, intitolato Future Memories, esplora lo stesso territorio. Mentre le tecnologie ricostruiscono culture e storie, la memoria resiste aggrappandosi a riti collettivi, narrazioni condivise, gesti quotidiani di prossimità.