Dal Parnaso all’Olimpo: la nuova missione di Pieter Mulier

Erede dell'universo di Alaïa, si appresta a guidare l'orchestra più glamour della moda. La sua nomina a direttore creativo di Versace è una sfida radicale: tradurre se stesso tra le due maisons, in una delle transizioni più attese e ambiziose della moda contemporanea

La voce che Pieter Mulier fosse il più probabile dei candidati alla direzione di Versace girava da tempo. Ma si sa: verba volant, scripta manent. E le scripta sono arrivate. È ufficiale la nomina di Pieter Mulier a direttore creativo di Versace, a partire da luglio 2026. Non è un semplice cambio della guardia. È l’invito all’erede dell’universo Alaïa a prendere in mano l’orchestra più rumorosa della moda. Un passaggio che assomiglia meno a una promozione di carriera e più a una rivoluzione.

Da un universo di intimità ossessiva, dove il vestito è una seconda pelle modellata su un’idea scultorea, a un regno costruito sulla proiezione pubblica. Qui l’abito è un’esclamazione, un evento mediatico, un manifesto di potere e desiderio.

Alaïa e il culto della forma

Per comprendere la portata di questa transizione, bisogna smontare i miti delle due maison. Da un lato, Alaïa, il “sarto delle donne”, come lo descrive François Baudot. Un artigiano solitario il cui atelier-mondo in rue de Moussy era un lieu qui tient de l’ancienne école communale, de la serre chaude, de l’entrepôt (un luogo che ricorda una vecchia scuola di villaggio, una serra, un magazzino). Qui Azzedine, scultore di carne umana, operava come un chirurgo o un medium, correggendo imperfezioni e difendendo l’accesso al corpo con un misto di violenza, pudore e fiamma. Anche se la sua apparente distanza dal sistema non lo rendeva immune alle sue dinamiche di potere.

La sua era un’eleganza di sostanza, nata da una conoscenza enciclopedica del taglio, ereditata dallo studio maniacale di Vionnet e Balenciaga, e da un disprezzo quasi totale per il calendario e le scadenze della moda. La sua rivoluzione, esplosa negli anni ’80 con il body e il tailleur de cuir noir, era silenziosa, tattile, fisiologica. Cambiava la silhouette di chi lo indossava più che il rumore attorno. Nonostante ciò, anche dalla maison Alaïa nacquero collezioni rumorose. L’Autunno-Inverno 1991/1992 era ricoperta di maculato mentre l’AI 1994/1995 presentava bustier e corpetti che non richiamano lo stile più rinomato del sarto delle donne.

Fondazione Alaïa, Parigi

Versace e le divinità del glamour

Dall’altro lato, Versace, the Prince of Glitz e the Man with the Midas touch, come lo definiva la stampa. Una macchina di produzione di fantasie costruita da Gianni sulla trinità inscindibile di sesso, denaro e celebrità. Come documenta Nicola White, Versace non vendeva semplicemente abiti: vendeva un’idea di potenza mediterranea, un’estetica del più è più, dove la griffe era sinonimo di visibilità assoluta. Senza dimenticare che, sotto la superficie spettacolare, Gianni possedeva una cultura sartoriale rigorosa spesso sottovalutata dalla narrazione dominante. Nonostante ciò, il suo repertorio includeva anche creazioni di una sobrietà inattesa, fatte di linee pulite e forme impeccabili che rivelavano il suo profondo radicamento nell’alta sartoria.

Era il maestro del glamour, ma di un glamour specifico, il suo. Quello che tutti desideravano. La sua abilità tecnica, notevole, soprattutto nel costruire un corpo idealizzato attraverso imbottiture e cuciture strategiche, era sempre al servizio dello spettacolo. Il vestito doveva fermare la pagina, rubare la scena alla première, come il famigerato abito safety pin di Elizabeth Hurley. La casa era un impero fondato sulla percezione: modelle superpagate, campagne fotografiche iper-autoriali e una rete di amicizie stellari senza eguali. Perché, come disse Lesley Clarke, Versace makes you feel like a million dollars.

Pieter Mulier, l’uomo del mezzo

In questo contesto, Pieter Mulier non arriva come un novellino, ma come un traduttore di codici già collaudato. Il suo quinquennio da Alaïa è stato ampiamente celebrato dalla critica internazionale perché ha compiuto l’operazione più difficile: rispettare l’essenza del fondatore senza imbalsamarla. Quel focus maniacale sulla forma, sul tessuto, sulla donna in movimento. Ha generato uno stile elegantemente inconfondibile, rianimato accessori accantonati come le ballerine e dimostrato di saper costruire oggetti del desiderio contemporaneo.

Lui stesso parla di una ricerca di bellezza moderna: donne non come opere d’arte statiche, ma attive nella società. Una visione dinamica, ancorata però a un’idea di autorevolezza discreta e di perfezione artigianale.

Tra talento e sistema

Ma al di là del destino creativo, la nomina di Mulier svela anche la meccanica spietata del sistema. La moda contemporanea tratta i direttori creativi come asset da ottimizzare, intercambiabili in base alle esigenze finanziarie dei gruppi, in un ciclo di nomine e sostituzioni sempre più rapido, spesso misurato in stagioni più che in anni. La scelta cade su di lui non solo per il talento, ma perché, fresco di un’esperienza di successo che ha rinvigorito commercialmente un brand di culto, è percepito come l’operatore giusto per un’analoga operazione di risanamento d’immagine e di cassa.

Si guarda al suo passato da Alaïa come a un portafoglio di competenze prezzate, più che a un percorso artistico da rispettare. È la logica che ha portato, pochi mesi fa, al clamoroso epilogo della brevissima era di Dario Vitale a Versace, durata lo spazio di una sola sfilata. Un esempio lampante di come il tempo — il tempo di comprendere, di innestare un vocabolario personale nel DNA di una maison, di fallire e correggere — sia la risorsa più negata dalla cronofagia del sistema. Vitale, come molti prima e dopo di lui, è stato sacrificato sull’altare dell’immediata performance mediatica e commerciale, in un settore che predica la visione a lungo termine ma pratica la reazione a brevissimo.

Pieter Mulier versace
Pieter Mulier nello studio Alaïa, foto dal profilo Instagram di Pieter Mulier

La sfida che si prospetta

Ecco, dunque, il paradosso e la domanda cruciale: cosa può portare Mulier a Versace? E, forse più importante, quanto tempo gli verrà concesso per farlo? Non certo la sobrietà: sarebbe un suicidio creativo e commerciale. Piuttosto, potrebbe tentare una risemantizzazione degli elementi cardinali del codice Versace. Potrebbe reinterpretare la sensualità esplicita in una più calcolata e strutturale, portando la sua padronanza del taglio a trasformare il glamour Versace in una seduzione che nasce dalla perfezione della costruzione. Trovare i legami che, non a prima vista, sono ben presenti tra le due maisons.

Potrebbe iniettare un nuovo livello narrativo nei riferimenti storici della casa, mantenendo l’impatto immediato ma arricchendolo di stratificazioni. E potrebbe spostare lievemente l’accento dal sogno di celebrità pura al sogno di un’autorialità riconosciuta, vestendo personaggi che incarnano anche un potere culturale e intellettuale.

Il fattore Prada

Il ruolo del direttore creativo oggi — specialmente in una casa acquisita da un gruppo come Prada, noto per una visione manageriale di lungo periodo e per il rispetto delle identità dei brand — non è più solo disegnare collezioni. È curare eredità e significati tra il passato glorioso di una maison e il futuro incerto del lusso globale. La nomina suggerisce che il Gruppo Prada potrebbe vedere in Versace non solo un marchio da rilanciare commercialmente, ma un patrimonio simbolico da riconfigurare. Non si tratta di annacquare la potenza Versace, ma di purificarla, di darle una nuova legittimità per un’epoca diversa.

Sperando che anche la regina di Versace, Donatella, venga inclusa nel processo: perché non è chiaro se, senza di lei, sia davvero possibile comprendere fino in fondo il mondo Versace.

La posta in gioco

Il passaggio da Alaïa a Versace è, in definitiva, la storia di un designer che ha imparato a parlare il linguaggio più raffinato del corpo e a cui viene ora chiesto di proiettare quella stessa conoscenza sul più grande e luminoso degli schermi. La sua sfida sarà duplice: tradurre il controllo in spettacolo, l’intimità in manifestazione, senza tradire né l’uno né l’altro; e sopravvivere alle aspettative iperboliche e ai tempi strettissimi di un’industria che consuma creatività a ritmo serrato.

Se riuscirà a trovare il punto di equilibrio, dove il corpo scolpito di Alaïa incontra l’aura dorata della Medusa, avrà compiuto non solo un’operazione di successo, ma uno dei più affascinanti e rari atti di traduzione culturale nella moda contemporanea. La prima risposta, forse, arriverà già a settembre 2026, quando la sua prima sfilata ci dirà se è possibile fondere, in un unico gesto, il silenzio eloquente di un capo perfetto con il fragoroso applauso del mondo.

Immagine di copertina dal profilo Instagram di Versace, foto di Karim Sadli