Sostenibilità — è tempo di un rebranding?

La sfida non è colpevolizzare i consumatori per impulsi indotti dal sistema stesso, ma ripensare i modelli che alimentano quegli impulsi

Dopo oltre un decennio di capsule, slogan e greenwashing, la parola “sostenibilità” sembra svuotata, diluita, un’etichetta stanca. Invece di agire come motore creativo e strategico, viene spesso percepita come un obbligo. E questo è un problema.

Nel contesto attuale di crisi economica, climatica e politica — un momento in cui brand e mercati dovrebbero raddoppiare gli sforzi su strategie di sviluppo reali e responsabili, anziché fare un passo indietro — la domanda sorge quasi naturalmente: è il momento di fare un rebranding della sostenibilità? Forse. O forse, più semplicemente, è il momento di normalizzarla.

Matteo Ward sostenibilità
Matteo Ward, ph. Adriano Russo

La nuova visone dell’etica

La moda, in particolare, ha spesso relegato la “sostenibilità” in un angolo grigio e poco attraente, come se fosse la “sezione biologica” del sistema. Il reporting è stato scambiato per storytelling e troppo spesso (me compreso) abbiamo scelto di educare invece di sedurre, di giudicare invece di ascoltare. Ma la moda vive di immaginazione, non di manuali di istruzioni. E senza visioni potenti, la trasformazione non diventa desiderabile.

Non posso fare a meno di pensare che gran parte della cosiddetta moda sostenibile non abbia prodotto i risultati attesi perché non abbiamo davvero ascoltato le persone e perché avevamo paura di indagare le radici più profonde dell’insostenibilità del sistema.

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Foto presa da JUNK – Armadi pieni, la docuserie co-prodotta da Will Media e Sky Italia

Abbiamo anche sbagliato con gli slogan. Il più famoso, “Compra meno, scegli bene, fallo durare” di Vivienne Westwood, per quanto nobile e corretto, oggi mostra limiti evidenti quando si tratta di ispirare un cambiamento reale. È un messaggio razionale rivolto a un comportamento emotivo, scollegato dal mondo che la moda stessa ha contribuito a creare e difficile da “vendere”.

Come possiamo garantire l’accesso alla qualità se resta un privilegio? Come possiamo chiedere alle persone di far durare i propri abiti quando i capi sono progettati per rompersi o annoiarci rapidamente? Chiedere ai consumatori di comprare meno in un sistema costruito sull’eccesso è quasi paradossale: come spiego in Fuorimoda!, la moda stessa, fin dal XVII secolo con Colbert e Luigi XIV, si basa sull’obsolescenza programmata. Affidarsi solo a uno slogan, senza strategie strutturali e incentivi, è come cercare di purificare un fiume inquinato con un solo bicchiere d’acqua pulita.

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Foto presa da JUNK – Armadi pieni, la docuserie co-prodotta da Will Media e Sky Italia

La sostenibilità non va raccontata, va vissuta

La sfida non è colpevolizzare i consumatori per impulsi indotti dal sistema stesso, ma ripensare i modelli che alimentano quegli impulsi. Abbiamo bisogno di un nuovo immaginario capace di guidare una transizione culturale e rendere davvero attraente un altro modo di vivere e consumare.

Mentre scrivo, sto tornando da Osaka, in Giappone, dove ho visto progetti incoraggianti: nei distretti dello shopping della città, i negozi più belli integrano naturalmente scelte responsabili — materiali, filiere, durata — senza retorica. Non dicono di essere sostenibili; semplicemente lo sono. Queste scelte non sono confinate in angoli “speciali” del negozio, ma intrecciate nella narrazione del brand. La sostenibilità non è il tema del progetto; è parte del progetto.

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Foto presa da JUNK – Armadi pieni, la docuserie co-prodotta da Will Media e Sky Italia

Qui sta la chiave: la sostenibilità non ha bisogno di una nuova storia. Deve smettere di essere raccontata e iniziare a essere vissuta. Non va urlata né celebrata come un’eccezione, ma accolta come una condizione naturale. Sta a noi decidere se continuare a trattarla come un’etichetta o finalmente come la norma.