Si fa presto a dire vintage

Tra acquisti consapevoli e desiderio di autenticità, si fa strada un modo diverso di vestire che restituisce valore alla qualità e alla storia di ogni capo

Mi chiedo spesso se la moda – intesa come entità – si sia mai posta il problema di invecchiare, ma credo di no o avrebbe preso le giuste precauzioni. È vero che per sopravvivere è destinata a stare al passo con i tempi, a rinnovare la sua immagine stagione dopo stagione, collezione dopo collezione, tuttavia, nonostante abbia cercato di mantenersi giovane, non ha considerato il fascino che trasmette la moda più agée, che ha generato lei stessa con il passare del tempo, con una capacità innata di essere seducente per l’eternità: il vintage

L’eterno fascino del vintage

«Non fanno più le cose come una volta», lo dice anche la mamma di Miuccia Prada e il vintage è diventato il maggior concorrente della moda attuale. Se oggi tutto è prodotto in serie ed è facilmente reperibile, il vintage rappresenta una rarità merceologica, data dalla sua irripetibilità nel mercato contemporaneo, o per i materiali impiegati nella realizzazione del prodotto, oggi introvabili, o per le lavorazioni particolari non più realizzate per via del costo eccessivo. Nel suo documentario anche Valentino, mentre tra le mani ha un pezzo couture, dichiara: «Per fare questi ricami oggi, dovresti vendere la Banca d’Italia».

Il vintage, per definirsi tale, deve aver compiuto almeno vent’anni, se ne ha già un centinaio, allora si parla di antiquariato, ma non è soltanto una questione di età: deve rispecchiare il fascino del passato, identificare una determinata epoca e possedere i requisiti legati alla rarità estetica e all’arte manifatturiera. Più un esemplare è raro, più è prezioso e più saranno le possibilità di diventare un pezzo da museo – cosa abbastanza improbabile per un oggetto figlio del fast fashion. 

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Foto di Clem Onojeghuo – Unsplash

E dire che il vintage nasce come segno di protesta, forse non avrebbe mai immaginato di diventare una moda intramontabile e uno dei fenomeni più importanti del sistema stesso. All’inizio degli anni ’50 le sub-culture giovanili sono alla ricerca di un proprio stile: anticonformista e nemico del materialismo, e quella moda che giudicano antica e sorpassata finisce sulle bancarelle dei mercatini, come un atto di ribellione. In ogni economia c’è chi vende e chi compra, e quei capi con un trascorso sentimentale tornano in voga negli anni Sessanta con gli hippy, che gridano peace and love, ma fanno la guerra al capitalismo. Vogliono distinguersi dalle classi più agiate, e comprano capi vintage e di seconda mano, mescolandoli con uno spirito ribelle. 

Chiamarlo semplicemente “usato” è riduttivo, e qualcuno lo ama a tal punto da battezzarlo con un nome francese che suona più chic. Anna Piaggi, grande collezionista di abiti e accessori, che incanta i lettori di Vogue con la sua rubrica Doppie Pagine, negli anni Sessanta introduce il termine vintage quando nessuno sa cosa sia, ma il boom del fenomeno arriva negli anni Novanta, quando si trasforma in una tendenza seguita anche dallo star system. Uno dei personaggi più attenti è Kate Moss: potrebbe avere tutti gli stilisti ai suoi piedi, ma preferisce il vintage per non omologarsi e va dritta alla fonte: le boutique di New York e Los Angeles che le ha suggerito Karl Lagerfeld, cliente ormai da trent’anni, dove riesce sempre a scovare piccoli tesori. 

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Foto di Ellie Cooper – Unsplash

Second hand: dall’economia circolare alla cultura del riutilizzo

Oggi il vintage è sinonimo di qualità, di unicità ed evoca la magia di un passato che si scontra con il presente. Una forma di lusso accessibile: tutti lo vogliono, tutti lo cercano e i collezionisti con i loro archivi offrono mondi di perpetua ispirazione. Il vintage permette alle donne di indossare capi magnificamente confezionati, molto probabilmente unici e di alta qualità a un prezzo molto inferiore rispetto ai capi di collezioni attuali prodotti in serie. E quando non può definirsi vintage per le caratteristiche di cui sopra, allora si parla di seconda mano, ma se una volta il riutilizzo di abiti tra familiari era una pratica comune, dettata da un’abitudine radicata di riutilizzare ciò che ancora poteva essere utile, oggi si è trasformata in un business globale in forte crescita.

Foto di Ellie Cooper – Unsplash

Il mercato del second hand è un boom che dipende da diversi fattori: le esigenze economiche hanno spinto molti consumatori a cercare alternative più accessibili rispetto agli abiti nuovi. L’economia circolare e la sostenibilità sono diventate temi sempre più centrali nel dibattito pubblico, e hanno contribuito a favorire questo mercato. 

L’estetica del vintage è diventata una vera e propria tendenza anche per le nuove generazioni. Il 65% della Generazione Z cerca prima nel mercato del second hand, e solo in seguito considera l’acquisto di abiti nuovi. Gli Stati Uniti rappresentano il mercato principale: oltre la metà della popolazione ha già acquistato almeno una volta un capo usato. Attualmente il mercato second hand di abbigliamento, calzature e accessori è stimato tra i 100 e i 120 miliardi di dollari. Questa crescita è alimentata anche da un cambiamento di mentalità: le persone che hanno riempito i propri guardaroba durante gli anni del consumismo, ora vendono i loro capi e abbracciano una filosofia di acquisto più consapevole, che privilegia la qualità alla quantità.

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Foto di Mathias Reding – Unsplash

Un altro esempio democratico è quello di Humana Vintage, un’associazione con sede in Europa, il cui progetto non riguarda soltanto la moda sostenibile, l’economia circolare e i progetti di sviluppo, ma è un impegno per stimolare la trasformazione del mondo. Dal 1998, grazie all’attività di raccolta, selezione e vendita di abiti usati, i negozi Humana Vintage & Second Hand danno loro una seconda opportunità. Vestiti, borse, scarpe e accessori dagli anni Sessanta ai Novanta. Etica ed estetica possono e devono coesistere per generare un reale cambiamento nel settore della moda. Humana Vintage ritiene che la sostenibilità debba essere accessibile a chiunque, e propone prezzi molto democratici per dare la possibilità a più persone di fare shopping in maniera responsabile. Ai 535 negozi in Europa viene affiancata un e-commerce, ma ogni capo è unico e ciò che si trova online non è presente nei negozi e viceversa. 

In un mondo sempre più digitale, le boutique vintage mantengono il loro fascino, attirando clienti che continuano a preferire un approccio tradizionale allo shopping. In ogni caso, che si tratti di un acquisto online o in negozio, il mercato del second hand è destinato a crescere, rappresentando non solo una scelta economica, ma anche un’alternativa etica e sostenibile. Dal 2020 i retailer di abiti usati sono passati da 8 a 30, registrando una crescita del 275%, ma si stima che entro il 2025 la metà degli acquisti vintage proverrà esclusivamente da siti e app di e-commerce. 

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Foto di Debraj Purkayastha – Unsplash

Moda e sostenibilità: crisi creativa e possibile rinascita

Il vintage e il second hand non solo rispondono alla domanda di un mercato in continua evoluzione, ma rappresentano anche una risposta concreta alle crescenti preoccupazioni ambientali legate all’industria della moda. Il problema dei rifiuti tessili, infatti, è tutt’altro che trascurabile. La produzione di abbigliamento e calzature è responsabile del 5% del totale dei rifiuti solidi urbani, con materiali difficili da riciclare come pelle, gomma, plastiche e tessuti sintetici. Il tasso di riciclaggio medio è solo del 13%, e la maggior parte dei rifiuti tessili finisce ancora in discarica.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispra, nel 2023 sono state raccolte 62mila tonnellate di rifiuti tessili, di cui 47mila costituite da abiti. Una gran parte di questi rifiuti viene recuperata e rivenduta all’estero, con la Tunisia che si conferma uno dei principali mercati di destinazione. Ogni capo che non viene gettato, ma rivenduto o donato come abito di seconda mano, contribuisce a ridurre l’impatto ambientale dell’industria della moda. Il riciclo e il riutilizzo di abiti consentono di evitare le emissioni di CO2 prodotte per realizzare nuovi capi. 

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Foto di Karina Tess – Unsplash

Dopo queste considerazioni è difficile intuire quale sarà il futuro della moda attuale. Nel 2015 Lidewij Edelkoort – che Wikipedia definisce la meteorografa olandese delle mode e delle tendenze – fa una previsione su ciò che sarà e la espone nel suo Anti-Fashion Manifesto. Un documento riassunto in dieci punti, in cui decreta la futura morte della moda. 

Tutto è perduto? Pare di no, ma per evitare il peggio, forse è necessario tornare a considerare gli abiti come lo si faceva una volta, grazie a un revival dell’alta moda: «È nell’atelier che ritroveremo il laboratorio creativo».